venerdì 4 agosto 2017

Per la Pace: salmo 84

1 Al maestro del coro. Dei figli di Core. Salmo.

2 Signore, sei stato buono con la tua terra,
hai ricondotto i deportati di Giacobbe.

3 Hai perdonato l'iniquità del tuo popolo,
hai cancellato tutti i suoi peccati.

4 Hai deposto tutto il tuo sdegno
e messo fine alla tua grande ira.

5 Rialzaci, Dio nostra salvezza,
e placa il tuo sdegno verso di noi.

6 Forse per sempre sarai adirato con noi,
di età in età estenderai il tuo sdegno?

7 Non tornerai tu forse a darci vita,
perché in te gioisca il tuo popolo?

8 Mostraci, Signore, la tua misericordia
e donaci la tua salvezza.

9 Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annunzia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli,
per chi ritorna a lui con tutto il cuore.

10 La sua salvezza è vicina a chi lo teme
e la sua gloria abiterà la nostra terra.

11 Misericordia e verità s'incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.

12 La verità germoglierà dalla terra
e la giustizia si affaccerà dal cielo.

13 Quando il Signore elargirà il suo bene,
la nostra terra darà il suo frutto.

14 Davanti a lui camminerà la giustizia
e sulla via dei suoi passi la salvezza.

martedì 1 agosto 2017

Significato del nome Mosè

Da Wikipedia:

Mosè (latino: Moyses; in ebraico: מֹשֶׁה, standard Moshé, tiberiense Mōšeh; greco: Mωϋσῆς; in arabo: موسىٰ‎, Mūsa; ge'ez: ሙሴ, Musse) è per gli Ebrei il rav per antonomasia (Moshé Rabbenu, Mosè il nostro maestro), e tanto per gli Ebrei quanto per i cristiani egli fu la guida del popolo ebraico secondo il racconto biblico dell'Esodo; per i musulmani, invece, Mosè fu innanzi tutto uno dei profeti dell'Islam la cui rivelazione originale, tuttavia, andò perduta.

Il problema della storicità di Mosè e degli eventi narrati dall'Esodo è un tema che è stato ampiamente dibattuto in ambito accademico. A chi in passato ha difeso la storicità del personaggio, si contrappongono quanti oggi vedono in Mosè una figura dai soli contorni mitici o leggendari. Tra queste due posizioni si collocano alcuni studiosi, tra cui Israel Finkelstein, che pur negando la verità storica della relativa narrazione biblica, la considerano la mitizzazione di un confronto attinente a una cronologia più bassa (a partire dal VII secolo a.C.) della storia d'Israele, ovvero dello scontro tra il re Giosia e il faraone Necao II, ritenendo quindi che i suoi protagonisti non siano che la risultante scaturita da quella che potrebbe essere chiamata pia tradizione.

Il testo biblico spiega il nome "Mosè", come una derivazione dalla radice משה, collegata al campo semantico dell'"estrarre dall'acqua", in Esodo 2,10. Si suggerisce in questo versetto che il nome sia collegato all'"estrarre dall'acqua" in un senso passivo, Mosè sarebbe "colui che è stato estratto dall'acqua". Altri, prendendo le distanze da questa tradizione, fanno derivare il nome dalla stessa radice, ma con un senso attivo: "colui che estrae", nel senso di "salvatore, liberatore" (di fatto, nel testo masoretico la parola è vocalizzata come un participio attivo, non passivo). Nella lingua egiziana, Mosè potrebbe significare fanciullo o anche figlio o discendente, come nei nomi propri Thutmose, "figlio di Toth", o Ramesse, "figlio di Ra".

Calendario egizio

Tratto da Wikipedia:

Il calendario egizio è un calendario composto da tre stagioni di quattro mesi di 30 giorni ciascuno, per un totale, quindi, di 360 giorni.

Alla fine dell'anno vengono aggiunti 5 o 6 giorni, detti epagomeni.

Origini: il calendario nilotico

Il calendario era nato nell'Antico Egitto principalmente per regolare i lavori agricoli. Gli egiziani definivano il loro anno (uep renpet, wp rnpt = iniziatore dell'anno) come il tempo necessario per il raccolto. I contadini quindi utilizzavano come inizio dell'anno il giorno dell'arrivo a Menfi della piena del fiume Nilo, evento che si verificava attorno al 20 giugno, ma è suscettibile di importanti ritardi o anticipi. L'esigenza di definire in modo accurato la durata dell'anno portò all'introduzione di altri calendari, talora utilizzati simultaneamente benché potessero adottare come capodanno giorni estremamente diversi e perciò gli storici hanno tuttora grandi difficoltà nell'interpretare il reale significato di antiche date egizie.

Il calendario civile vago

Il principale calendario, quello civile, era costituito da 365 giorni esatti e perciò differiva di circa un quarto di giorno dalla durata reale dell'anno solare. In pratica il capodanno anticipava di un giorno ogni 4 anni. Il fatto che la posizione del capodanno fosse variabile è il motivo per cui questo calendario viene detto vago, dal latino annus vagus.

Un giorno ogni quattro anni, un mese ogni 120 anni; servivano 1460 anni (4 × 365) del calendario giuliano, prima che l'inizio dell'anno civile ritornasse a coincidere con l'inizio dell'anno giuliano. In altre parole 1460 anni giuliani contengono 1461 anni del calendario egiziano civile. Il ciclo dei 1460 anni veniva chiamato ciclo sotiaco, visto che per gli egizi l'anno iniziava con la prima levata eliaca della stella Sirio (o Satis, nome della Dea egizia dell'inondazione di Elefantina, o Sothis, come veniva chiamata dai greci). In concomitanza col solstizio d'estate e con questa elevata eliaca di Sirio (che avveniva il 21 giugno di circa 4700 anni fa, mentre oggi avviene ad agosto a causa dell'effetto della precessione), gli egizi ben presto si accorsero che avvenivano le piene del Nilo. Secondariamente l'evento delle piene "scivolava" in avanti esattamente ogni 4 anni rispetto al loro calendario civile. Ciò nonostante gli egizi non si preoccuparono mai di inserire un giorno in più nel loro calendario (anno bisestile). Il motivo per cui, per circa 3000 anni, non inserirono mai un anno bisestile è perché per loro il tempo non era lineare ma ciclico.

La posizione del capodanno egizio entro il calendario giuliano si ricava facilmente da diversi antichi scrittori. Ad esempio Tolomeo nell'Almagesto dice che esso era caduto il 21 luglio nell'anno 135 e ne dà conferma un secolo dopo Censorino, scrivendo che il capodanno era caduto il 20 luglio nel 138-139. Nel 22 a.C., invece, il nuovo anno era iniziato il 29 agosto giuliano, cioè proprio 40 giorni dopo per una data antecedente di 160 anni (160/40 = 4).

Il calendario alessandrino

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: giorni epagomeni.
Per rimediare a questo continuo slittamento del capodanno anche in Egitto si pensò di aggiungere un giorno ogni quattro anni, realizzando cioè lo stesso tipo di riforma che è alla base dell'introduzione degli anni bisestili nel calendario giuliano. Il primo tentativo in questo senso ebbe luogo nel 238 a.C., quando Tolomeo III con il decreto di Canopo ordinò di aggiungere un sesto giorno epagomeno ogni quattro anni in modo da conservare l'allineamento del calendario civile con quello solare.

Secondo quasi tutti gli studiosi, però, la riforma del calendario non ebbe attuazione pratica sino al regno di Augusto, quando venne reintrodotta nell'ultimo anno del quadriennio 25-22 a.C., quando la data del capodanno vago era il 29 agosto. L'anno 22 a.C. fu quindi il primo anno di attuazione della riforma e il 29 agosto diventò il sesto giorno epagomeno, mentre il capodanno fu spostato al 30. Da allora in poi inizia la sequenza degli anni di 366 giorni:

22, 18, 14, 10, 6, 2 a.C., 3 d.C., 7.... (si osservi che non esiste l'anno zero)
in cui il nuovo anno inizia il 30 agosto, mentre i tre capodanni intercalari restano fissi al 29.

Sino all'anno 1 a.C. restarono alcune difficoltà nella corrispondenza fra calendario alessandrino e calendario giuliano, per il quale inizialmente il giorno bisestile veniva introdotto ogni tre anni anziché quattro. Da allora in poi l'anno in cui veniva aggiunto il sesto giorno epagomeno era seguito dall'anno bisestile giuliano. Quando, perciò, il capodanno cadeva il 30 agosto restava un disallineamento di un giorno rispetto alla normale corrispondenza dei due calendari sino al febbraio successivo, quando anche il calendario giuliano aggiungeva un giorno.

Nonostante la riforma augustea il calendario civile vago continuò ad essere molto usato nei secoli successivi.


Il calendario luni-stellare

Diversi studiosi sostengono che il calendario originale egizio fosse un calendario lunare, ancorato all'anno sotiaco proprio grazie all'utilizzo di giorni epagomeni. Il calendario lunare era utilizzato soprattutto dai sacerdoti.

Le lunazioni, che durano circa 29,5 giorni, prendevano nome dal mese in cui si verificavano. Alcuni anni potevano esserci tredici lunazioni se ne capitava una durante un giorno epagomeno oppure si verificava la luna blu, cioè una doppia lunazione nei giorni 1 e 30 dello stesso mese.

Il calendario lunare si riallineava periodicamente col calendario solare:

309 lunazioni corrispondevano quasi esattamente a 25 anni vaghi, cioè 9125 giorni (errore di meno di un'ora: occorrevano 500 anni per accumulare il ritardo di un giorno)
940 lunazioni davano 76 anni alessandrini (ciclo callippico). L'errore residuo era stimato in un intero giorno solare in eccesso, ma in realtà è solo di 5 ore e 55 minuti.

Simbologia del numero 12

Tratto da Wikipedia:

Dodici (cf. latino duodecim, greco δώδεκα) è il numero naturale che segue l'11 e precede il 13.

«Il dodici segna l'ingresso nella pubertà e dunque induce l'idea di una trasformazione radicale [...che] si fonda su un passaggio molto difficile e faticoso che è il solo che davvero porta a crescere. È per questo che il dodici traduce implicitamente gli ostacoli, i passaggi difficili, gli enigmi da risolvere. Nella maggior parte delle società, i riti iniziatici, destinati a far accedere allo stato di adulto, si praticano nel dodicesimo anno di età.»

Anatomia umana:

- 12 è il numero di paia dei nervi cranici.
- 12 è il numero delle vertebre toraciche (7 sono quelle cervicali e 5 quelle lombari).
- 12 è il numero di paia di coste.
- 12 è il numero di falangi nelle dita d'una mano, pollice escluso (e da questo dettaglio, coniugato alle cinque dita dell'altra mano, potrebbe derivare la base numerica sessagesimale).

Calendario:

- 12 sono i mesi (le lunazioni complete) in un anno solare.
- 12 sono i segni dello zodiaco con cui si divide in altro modo l'anno.

Un giorno viene diviso in 12 ore antimeridiane e 12 pomeridiane, così come la circonferenza del quadrante dell'orologio (anticamente le ore erano solo 12, sei diurne e 6 notturne).

Astrologia:

Dodici è il numero dei segni dello zodiaco "occidentale", cinese, indiano...

Dodici anni circa è il tempo che impiega Giove per compiere il giro dello zodiaco. Per questo il dodicesimo anno di vita corrisponde al primo ritorno di Giove nella posizione natale.

Musica:

Nel sistema musicale occidentale per convenzione 12 semitoni formano un'ottava.

Diritto:

Nel diritto romano, una tra le prime codificazioni scritte è rappresentata dalle leggi delle XII tavole.

"I dodici" era il nome, in questa forma assoluta o con ulteriori specificazioni, di antiche magistrature locali italiane, composte appunto di dodici persone. Ad esempio "i dodici del popolo" di Pisa nei secoli 13º-14º, "i dodici" di Siena nel secolo 14º, "i dodici procuratori" di Firenze durati dal 1480 al 1494, "il collegio dei dodici" di Venezia durato dal 1548 al 1780.

Nel processo penale anglosassone, la giuria si compone tipicamente di 12 giurati. 

I principi fondamentali della Costituzione italiana sono 12.

Mitologia:

Nella mitologia greca gli dèi principali del monte Olimpo sono dodici.
Secondo diversi autori, nella mitologia greca il numero dei Titani e delle Titanidi era di dodici.
Nella mitologia greca Eracle, poi Ercole nella mitologia romana, affronta e supera dodici fatiche.
Nella letteratura medievale, dodici sono i paladini di Carlo Magno, e a volte i cavalieri della Tavola rotonda alla corte di re Artù.

Religione:

Bibbia
- Nelle religioni bibliche, dodici è il numero dei figli di Giacobbe/Israele. Da tali patriarchi discendono le dodici tribù di Israele.
- Dodici è il numero dei profeti minori biblici.
- Il ritrovamento di Gesù al Tempio in mezzo ai sapienti avviene quando ha dodici anni (Luca 2, 41-47).
- Gesù chiamò a sé dodici apostoli (Marco 3, 13).
- Nel miracolo evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci, le ceste o canestri riempiti con gli avanzi sono dodici (Marco 6, 43 || Luca 9, 17 || Matteo 14, 20 || Giovanni 6, 13): come "il numero delle tribù d'Israele, rappresenta simbolicamente tutto il popolo".
- Nell'Apocalisse di Giovanni, al versetto 12, 1 appare «un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle». Arsène Heitz, cui è solitamente attribuita la bozza che è stata accolta come bandiera europea, ha successivamente fornito una spiegazione in chiave biblica del suo disegno, facendo riferimento a questa descrizione.
- Sempre nell'Apocalisse di Giovanni, al versetto 4, 4 i vegliardi che attorniano il trono di Dio sono 24 (12x2).
- Ancora nell'Apocalisse di Giovanni, ai versetti 7, 4; 14, 1.3 è presente il numero 144000, cioè 12x12x1000, come quello dei «redenti della terra».
- La Gerusalemme celeste ha dodici porte (Apocalisse 21, 12.21).
«In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall'altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni» (Apocalisse 22, 2).
- Via Crucis. Secondo la Via Crucis tradizionale, la dodicesima stazione corrisponde alla morte di Gesù.

Religione nuragica
Nella religione nuragica della Sardegna della fine dell'età del bronzo, religione molto vicina a quella cananea delle origini, il 12 era un numero assai frequente per esprimere il disco o la luce solare di YHWH. Lo attestano ormai numerosi documenti sardi rinvenuti a far data dal 1995, anno in cui furono rinvenute le ormai famose tavolette bronzee di Tzricotu di Cabras. Il numero era spesso affiancato dal numero 'tre', ovvero dal segno commentatore (hē) e dal sette con il significato di 'Santo'. Ragion per cui scrivere numericamente 'sette, dodici, tre' voleva significare 'Santo Sole Lui'. L'espressione è rimasta ancora nel sardo odierno (in area linguistica campidanese): Su (issu) Santu Doxi! Si usa come moto di stizza ed equivale in italiano ad un'imprecazione verso il Signore. Nell'area in variante logudorese si usa invece l'espressione, ugualmente su base numerica sette, 'Zesù Sette'! Ovvero Gesù Santo. Appare evidente che il 'Gesù' è stato introdotto al posto del 'Dodici' in periodo di cristianizzazione della Sardegna e che l'espressione del campidanese (variante del Sud dell'isola) è quella originaria.

Religione norrena
Nella religione norrena, 12 erano i sacerdoti (díar o drótnar) che presiedevano il centro di culto Ásgarðr.

lunedì 31 luglio 2017

Il calendario ebraico

Da Wikipedia:

Il calendario ebraico è un calendario lunisolare, cioè calcolato sia sulla base solare sia sulla base lunare. L'anno è composto da 12 o 13 mesi a loro volta composti da 29 o 30 giorni. Le festività ebraiche sono definite in relazione al calendario ebraico: poiché alcune di queste sono legate strettamente alla stagione, esse devono cadere nella stagione giusta.

I nomi dei mesi del calendario ebraico derivano dalla lingua nel confronto babilonese, con il quale gli ebrei vennero in contatto nel VI secolo a.C. Originariamente la durata dei mesi non era stabilita in anticipo, ma l'inizio di ogni mese veniva fissato tramite l'osservazione diretta della Luna nuova; nel XII secolo Maimonide codificò un sistema matematico che fissa l'inizio dei mesi e la durata degli anni in base a regole di calcolo precise e immutabili.

Il ciclo degli anni

Il calendario ebraico è basato sul ciclo metonico di 19 anni divisi tra normali ed embolismici nei quali viene aggiunto un tredicesimo mese. Gli anni embolismici sono il 3º, il 6º, l'8º, l'11º, il 14º, il 17º e il 19º anno del ciclo. Questo è composto di 12 anni di 12 mesi e da sette anni di 13 mesi per complessivi 235 mesi lunari. Il tredicesimo mese si chiama Adar Sheni.

Il mese lunare dura circa 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 3 secondi. L'anno solare, invece, dura circa 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Da questo deriva che nell'arco di un anno il calendario lunare di 12 mesi resta indietro di circa 10 giorni e 21 ore rispetto a quello solare. Alternando anni di 12 e 13 mesi come specificato, si riesce a compensare quasi esattamente la differenza: lo scarto tra 19 anni solari e 235 mesi lunari è appena di 2 ore e 5 minuti circa, pari a circa 7 minuti per anno.

Il ciclo dei mesi

Come per gli anni anche i mesi possono avere durate differenti per compensare l'errore presente nella durata del ciclo lunare. Vi sono, quindi, i mesi completi (di 30 giorni) e quelli mancanti (di 29 giorni): in genere essi si alternano, ma vi sono delle eccezioni.

La sequenza dei mesi del calendario ebraico è:

Tishrì (30 giorni): sett-ott;
Cheshvan (29 o 30 giorni): ott-nov;
Kislev (29 o 30 giorni): nov-dic;
Tevet (29 giorni): dic-gen;
Shevat (30 giorni): gen-feb;
Adar (29 o 30 giorni): feb-mar;
(Adar Shenì) (29 giorni) ...
Nisan (30 giorni): mar-apr;
Iyar (29 giorni): apr-mag:
Sivan (30 giorni): mag-giu;
Tammuz (29 giorni): giu-lug;
Av (30 giorni): lug-ago;
Elul (29 giorni): ago-sett.

Il mese di Adar Sheni - detto anche Veadar - manca negli anni normali ed è presente negli anni embolismici. I mesi di Cheshvan e Kislev variano di durata a seconda del tipo di anno.

Gli anni normali possono durare 353, 354 o 355 giorni; gli anni embolismici 383, 384 o 385. Il ciclo di 19 anni può durare da 6939 a 6942 giorni.

Il calendario ebraico si ripete esattamente dopo un ciclo di 689.472 anni, pari a 251.827.457 giorni.

La durata media dell'anno è quindi di circa 365,2468 giorni: la deviazione rispetto all'anno solare medio è di circa 6 minuti e 39 secondi, quindi il calendario ebraico rimane indietro di un giorno rispetto all'anno solare ogni circa 216 anni.

Nomi dei mesi

Sia il Calendario siriano, usato correntemente nei paesi arabi della Mezzaluna Fertile, sia il Calendario moderno assiro condividono molti dei nomi del calendario ebraico, come per esempio Nisan, Iyyar, Tammuz, Ab, Elul, Tishri e Adar, indicando quindi un'origine comune. L'origine si pensa sia il Calendario babilonese. Il calendario turco moderno include i nomi Şubat (febbraio), Nisan (aprile), Temmuz (luglio) ed Eylul (settembre). L'antico nome di ottobre era Tesrin.

I riferimenti biblici al calendario pre-ebraico includono dieci mesi identificati per numero piuttosto che per nome. In parti della porzione biblica Noach (parashah "Noah") (specificamente, Genesi 7:11, Genesi 8:3-4, Genesi 8:13–14) è implicito che i mesi siano di trenta giorni. Esiste anche indicazione che c'erano dodici mesi nel ciclo annuale (1 Re 4:7, 1 Cronache 27:1–15). 

Prima dell'esilio babilonese, solo i nomi di quattro mesi venivano riportati nel Tanakh:

Aviv – primo mese – letteralmente "primavera" (Esodo 12:2, Esodo 13:4, Esodo 23:15, Esodo 34:18, Deuteronomio 16:1);
Ziv – secondo mese – letteralmente "luce" (1 Re 6:1, 1 Re 6:37);
Ethanim – settimo mese – letteralmente "forti" al plurale, forse per indicare le forti piogge (1 Re 8:2); e
Bul – ottavo mese (1 Re 6:38).

Si crede che tutti questi siano nomi Canaanei. Tali nomi vengono menzionati soltanto in congiunzione con la costruzione del Primo Tempio. Lo storico Håkan Ulfgard ipotizza che l'uso raro dei nomi cananei (o nel caso di Ethanim forse semitico nordoccidentale) indichi che "l'autore stia utilizzando consapevolmente una terminologia archaizzante, dando quindi l'impressione di una storia antica...".


venerdì 28 luglio 2017

Il Cubito

Il cùbito (in latino: cubitum, cioè gomito) era la misura di lunghezza più comune dell'antichità. In alcuni paesi rimase in uso fino all'epoca medievale, poi divenne usualmente chiamato "braccio".

Il cubito ebraico equivaleva a 44,45 cm, suddiviso in 6 tefachim (palmi).

Del cubito ebraico esistono altre due versioni, una più grande di un palmo (51,8 cm) ed una misurata dal gomito fino alle nocche della mano chiusa (38 cm).

Un'altra ipotesi prevede secondo il Talmud che il cubito abbia la seguente definizione:

Amah (Amot) (אמה (אמות cubito 48.16–57.30 cm

mercoledì 26 luglio 2017

Har Karkom, nuove ipotesi sul Monte Sinai

Tratto da www.altriocchi.com/h_ita/pi3/monte_oreb.html :

Vengono qui brevemente presentati i risultati di venti anni di ricerche effettuate da Flavio Barbiero e suo fratello Claudio in Israele. La località precisa è Har Karkom, nel deserto del Negev, un’area dove il Prof. Emmanuel Anati possiede una concessione archeologica fin dal 1980. Sulla base di oltre 1200 siti archeologici Anati sostiene che Har Karkom si identifica con il vero monte Sinai della Bibbia. I Barbiero si sono uniti al gruppo di ricerca del Prof. Anati fin dal 1990 ed hanno svolto una indagine specifica, volta a stabilire l’esatta ubicazione del monte Horeb.
Precise corrispondenze fra le risultanze archeologiche e i testi scritti provano che il racconto di Esodo è basato su fatti realmente accaduti e che l'altipiano di Har Karkom è il vero Sinai, mentre il monte Horeb si identifica con una piccola cima al centro della valle Karkom, leggermente distaccata dall'altipiano.

HAR KARKOM COME MONTE SINAI

La tradizione cristiana attuale identifica il Monte Sinai della Bibbia con il massiccio del St Caterina, nella parte meridionale del penisola del Sinai.
Nessun resto archeologico anteriore al sesto secolo a.C. è mai stato trovato in questa area; inoltre l’ubicazione e la topografia di questa montagna non trovano alcuna corrispondenza nel racconto biblico.  Per tali ragioni vari autori hanno proposto differenti ubicazioni per la montagna sacra , come indicato nell’illustrazione a fianco.
Nel 1982 il Prof. Emmanuel Anati, dopo due anni di ricerche nell’area di Har Karkom, una montagna nel deserto del Negev, in Israele (vedi circolo nella cartina), annunciò al mondo di aver scoperto il monte di Mosé, sulla base di una impressionante quantità di evidenze archeologiche indicanti che Har Karkom era stata una montagna sacra fin dal paleolitico ed in particolare nell’età del Bronzo. Non poche di queste evidenze corrispondono a quanto riferito nel racconto biblico.

LA HAMMADA  ARCHIVIO APERTO DEL PASSATO

Il deserto dove è situato Har Karkom è di un tipo particolare chiamato “hammada”. La caratteristica principale di questo terreno, coperto da uno strato compatto di ciottoli (vedi la foto a lato), è che non c’è attualmente alcun processo di sedimentazione e di erosione. La superficie è rimasta immutata per  migliaia di anni, e mantiene in perfetto stato di conservazione le tracce lasciate da chiunque vi abbia piantato una tenda o costruito un’abitazione negli ultimi 50 mila anni o anche più.
Circa 200 villaggi paleolitici, che coprono un periodo di oltre 40 mila anni, sono stati identificati sull’altipiano di Har Karkom. Il loro stato di conservazione è straordinariamente buono, come se fossero stati appena abbandonati; tutti hanno fornito un’abbondante quantità di strumenti litici, che hanno consentito la loro datazione precisa.
Uno di questi villaggi, formato da cinque grandi capanne, è ritratto nella seguente figura, mentre nella successiva sono chiaramente visibili le impronte di numerose capanne, insieme ai sentieri paleolitici (che erano tenuti puliti dai sassi, a differenza di quelli successivi) e le tracce di pneumatici moderni. Migliaia di anni separano queste tracce, ma non c’è modo di stabilire la loro età, se si prescinde dagli strumenti litici. Fra le capanne è chiaramente visibile anche un geoglifo, che rappresenta la sagoma di un grande mammifero; la sua età non può essere stabilita in alcun modo.
   
Di particolare interesse è un sito presso il bordo del plateau, dove all’incirca 30.000 anni fa uomini paleolitici hanno radunato molte grosse pietre di selce, di forma vagamente antropomorfa, costituendo una sorta di galleria d’arte (o si trattava piuttosto di un santuario? Nessuno potrà mai stabilirlo con certezza). Niente di simile è mai stato trovato nel resto del mondo, segno che la montagna godeva di una considerazione del tutto speciale fra i paleolitici.
Più di 1200 siti archeologici sono stati censiti fino ad oggi nella concessione di Har Karkom; circa il 30% di essi sono paleolitici. 

I SITI DELL’ETA’ DEL BRONZO

Un altro  30% circa dei siti archeologici di Har Karkom appartiene all’età del Bronzo e sono perciò denominati BAC (Bronze Age Complex).
 
Più di 2.000 strutture abitative di vario tipo (vedi foto sopra) sono sparse ai piedi del monte, la maggior parte nella valle Karkom, ma molte anche tutto intorno al monte. Alla stessa epoca risalgono una grande varietà di altre strutture, come altari, stele, piattaforme, tumuli, tombe,  fortezze ecc. Vedi, per esempio, un gruppo di piattaforme al bordo meridionale del plateau ed uno dei tanti biblici “gal ed” (mucchi della testimonianza) sparsi nella valle.
      

SITI ELLENISTICI E ROMANO-BIZANTINI

Uno dei siti archeologici più notevoli della valle Karkom è un grande accampamento dell’epoca ellenistica (3°-2° secolo a,C,) con circa 120 strutture allineate in stile militare. Ai limiti del campo ci sono varie sepolture, ma un intero cimitero, con 40 tombe della stessa epoca, si trova ad un paio di km a nord del campo, in direzione dell’unico pozzo della zona, Beer Karkom (pozzo di epoca BAC). Questo sito è importante, perché dimostra che in epoca ellenistica è stata effettuata ad Har Karkom una grande spedizione dalla Palestina, nel corso della quale è accaduto qualcosa di drammatico. Chiaro segno che Gerusalemme aveva allora un forte interesse per quest’area.
Un altro 30% dei siti archeologici di Har Karkom appartiene al periodo romano-bizantino. I siti abitativi di questo periodo erano in tutta evidenza delle comunità monastiche (vedi ad esempio la foto successiva, che mostra una schiera di costruzioni rettangolari del periodo bizantino, allineate lungo il bordo del wadi. Sul retro due grandi cerchi di epoca BAC). La grande abbondanza di monaci residenti nella valle e sul monte Har Karkom è un chiaro segno dell’importanza di questa zona da un punto di vista religioso, nei primi secoli del cristianesimo.

INCISIONI RUPESTRI

Ad Har Karkom ci sono più di 40.000 incisioni rupestri, che coprono un periodo che va dal calcolitico fino all’epoca islamica. La maggior parte delle incisioni sono di epoca BAC e rappresentano spesso animali (in particolare ibex), scene di caccia e simili.
    
Diverse incisioni sembrano in qualche modo collegate al racconto biblico, per esempio quando esso definisce quel posto un “deserto di serpenti e scorpioni”. Alcune ricordano “l’occhio di Dio”, o il bastone ed il serpente di Mosé
   
O nientemeno che le tavole della legge, come questa tavoletta, dalla forma inequivocabile, divisa in dieci parti, esattamente come nella tradizione rabbinica relativa ai dieci comandamenti.

I SITI A  PLAZA

I siti archeologici aiutano a ricostruire la storia di quest’area, ed è una storia che si adatta in maniera perfetta al racconto biblico. La maggior parte dei villaggi BAC si trovano nella valle Karkom, ma ci sono quasi 40 siti, tutti rispondenti ai medesimi criteri costruttivi, che circondano completamente la montagna ed i villaggi ai suoi piedi. Si tratta dei siti a “plaza”, così detti perché costituiti tutti da un numero variabile di strutture disposte in cerchio, in modo da formare una larga corte circolare.
        
All’interno della corte veniva custodito il bestiame, e le strutture circostanti erano destinate a vari usi, macellazione, silos, abitazioni ecc. Non c’è traccia che indicasse la presenza di nuclei familiari veri e propri: solo maschi adulti, evidentemente pastori. Anche gli strumenti rinvenuti nei plaza (nessuna ceramica, solo attrezzi di selce) sono del tipo necessario per lavorare le carni e le pelli animali.
I plaza sono stati costruiti intorno al monte (vedi cartina), lungo i sentieri principali, ad una distanza non superiore a due km l’uno dall’altro, tutti in vista del precedente e del successivo. Con ogni evidenza rispondono ad un preciso disegno strategico della popolazione accampata ai piedi del monte, piuttosto numerosa a giudicare dalla quantità delle abitazioni. La fonte principale di sussistenza era costituita dal bestiame, ma la scarsità delle vegetazione imponeva di disperderlo sulla più ampia area possibile, in piccoli gruppi, che divenivano così facile preda di predoni. Inoltre i villaggi nella valle, con donne e bambini, venivano ad essere privati della maggior parte degli adulti e quindi esposti anch’essi ad attacchi dall’esterno.
Il sistema dei plaza risolveva in maniera brillante entrambi questi problemi. Il bestiame era stato sparso tutto intorno al monte, in piccole greggi raccolte nei plaza. Ogni gruppo di pastori era sempre in vista di altri due: se uno veniva attaccato, gli altri potevano dare l’allarme ed intervenire in difesa. Inoltre, nessuno poteva penetrare la cinta dei plaza senza essere intercettato, per cui i villaggi nella valle erano al sicuro. Inoltre essi potevano essere facilmente riforniti di carni e latticini dai pastori distaccati nei plaza.

LA RICERCA DEI FRATELLI BARBIERO

 Flavio Barbiero, membro del Centro di Studi Preistorici del Prof. Anati  dagli anni ‘70, seguì fin dall’inizio le scoperte e le ipotesi di Anati. Ma prima di unirsi al suo gruppo di ricerca sul terreno, passò diversi anni a studiare la Bibbia, nell’intento di capire se essa avesse realmente un contenuto storico, come l’archeologia ad Har Karkom sembrava dimostrare. Un’analisi approfondita di Esodo e Numeri lo portò a concludere che il loro racconto è una vera e propria cronaca, giorno per giorno, precisa ed accurata. Egli scrisse in proposito un libro, “La Bibbia senza Segreti” (Rusconi ed), in cui vengono illustrati i  risultati conseguiti. Per esempio, egli è arrivato a stabilire quando, dove e come gli Ebrei hanno attraversato il Mar Rosso (vedi particolare di una carta nautica, che mostra l’esistenza di una linea di secche che attraversa l’intera Baia di Suez e all’epoca di Mosé rimaneva in secca durante le maree sigiziali, consentendo il passaggio da una sponda all’altra).
 Dal Mar Rosso ad Har Karkom l’itinerario dell’Esodo può essere determinato con relativa certezza, seguendo fedelmente le indicazioni del testo, sia di carattere topografico (Numeri 33), che temporale.
  

PROVE ARCHEOLOGICHE CHE IL MONTE HOREB
SI TROVA NELL’AREA DI HAR KARKOM

IL TEMPIO-TENDA DI MOSE’

Uno dei risultati principali dell’analisi preliminare di Barbiero del testo biblico è stata la ricostruzione fedele del Tabernacolo, il tempio-tenda costruito da Mosé ai piedi del monte Horeb. Tutti i dati essenziali di questo manufatto sono riportati in Esodo con tale minuzia e precisione, che è possibile stabilire forme, dimensioni, funzione e posizione di ogni suo singolo componente, fin nei più piccoli dettagli.
Seguendo passo per passo la descrizione di Esodo, Barbiero ha costruito, pezzo per pezzo con le esatte misure in scala, tutti i componenti del Tabernacolo e li ha assemblati (vedi foto a destra). Nel disegno a sinistra è riportata la pianta del tempio-tenda come è risultata dalla ricostruzione a tavolino in base ai dati forniti dal testo.
        

L’MPRONTA DEL TABERNACOLO AD HAR KARKOM

La hammada, come si è visto, conserva invariata l’impronta di ogni tenda o struttura che vi sia stata eretta nelle ultime decine di migliaia di anni. Se questo è realmente il luogo dove Mosè ha condotto gli Ebrei e se il racconto biblico ha realmente un contenuto storico, allora, questo era il presupposto di Barbiero, necessariamente ad Har Karkom doveva trovarsi anche l’impronta del Tabernacolo, così come descritto da Esodo.
Stando ad Es. 33,7, il Tabernacolo è stato eretto “fuori dal campo, lontano da esso”. Inoltre doveva per forza trovarsi vicino all’acqua e quindi non lontano dall’unico pozzo della zona, Beer Karkom. Barbiero e suo fratello, allora, sono saliti su una collina vicino al pozzo e si sono guardati intorno per individuare l’impronta. E l’hanno vista immediatamente, chiara, netta, inequivocabile (vedi foto seguenti).
   
Successivamente i Barbiero hanno segnato il tracciato dell’impronta con un nastro di plastica, seguendo il piano di costruzione del tempio tenda ricavato da Esodo. L’accordo con l’impronta nel terreno risultò perfetto, fino al più piccolo particolare. Anche la posizione di ciascuno dei picchetti di ancoraggio della struttura era segnato da pietre più grosse della media, ben allineate.
All’alba ed al tramonto il nastro di plastica riluceva, disegnando così la pianta del Tabernacolo sul terreno con la luce; una visione fantastica, quasi magica: un manufatto innalzato in quello stesso luogo più di 3000 anni fa  risorgeva sotto i loro occhi.
      
Grazie all’impronta sul terreno i Barbiero sono stati in grado di ricostruire il tabernacolo nelle sue vere dimensioni e forme, esattamente dove fu eretto da Mosè per la prima volta.
     
E’ stato anche possibile correggere gli errori che inevitabilmente erano stati commessi nella ricostruzione a tavolino. Ecco di seguito  la pianta risultante del tabernacolo, come rilevata dalla sua impronta sul terreno.
     
La differenza maggiore sta nelle dimensioni. Secondo l’opinione europea corrente il cubito di Mosè misurava all’incirca 45 cm. Con questo valore le dimensioni del Tabernacolo sarebbero risultate eccessive per una tenda mobile, e non in grado di resistere in un ambiente ventoso come il deserto. L’impronta sul terreno fornisce invece un valore del cubito di Esodo di 29,2 cm (più o meno come viene insegnato nelle scuole israeliane), dal momento che le misure della tenda sono di 14,60 metri (pari a 50 cubiti) per 29,20 (= 100 cubiti).
Pertanto anche le dimensioni dei vari arredi del tempio (altare, tavoli, arca ecc) devono essere rivisti in accordo a questa misura.

Conclusioni

La forma e altre caratteristiche dell’impronta sono tali che non c’è dubbio sia stata lasciata dalla tenda descritta in Esodo, e cioè dal Tabernacolo costruito da Mosè. Il valore di questa impronta è inestimabile non solo per ragioni storiche, archeologiche e religiose, ma anche perché dimostra due cose:
1.- che il racconto di Esodo è basato su fatti reali
2.- che il sacro monte di Mosé si trova nell’area di Har Karkom. 

IL MONTE  HOREB

Forte di questo risultato, Barbiero ha ritenuto di poter identificare con lo stesso grado di affidabilità il monte sulla cui cima hanno avuto luogo gli eventi narrati dalla Bibbia, e cioè il monte Horeb. Anati identifica genericamente il Sinai con l’altipiano di Har Karkom. Ma ci sono parecchie cose su questo altipiano che non tornano con la narrazione biblica (tanto per dirne una: la presenza di migliaia di incisioni rupestri di ogni genere, espressamente proibite sul monte sacro). Inoltre non è possibile individuare un luogo su di esso nel quale ambientare in maniera fedele al testo i fatti narrati.
Barbiero, invece ha trovato una corrispondenza perfetta su una collina isolata, esattamente al centro della valle di Karkom (vedi foto e mappa seguenti).
   
Il monte non ha un nome proprio, perché fa parte del complesso di Har Karkom; ma è la struttura montuosa più notevole della zona, perfettamente visibile e riconoscibile da km di distanza. Una differenza significativa rispetto al territorio circostante è che su questo monte non si trova neppure una sola incisione rupestre e non c’è alcuna struttura artificiale, se si eccettua la grande roccia sommitale, che si presenta come una vera e propria “acropoli”: un blocco roccioso monolitico (130 x 20mt), leggermente inclinato (7°), circondato da un muro artificiale sul lato nord; dietro il muro una trincea profonda poco più di un  metro e larga tre; poi un altare ed un piccolo gruppo di stele ed un centinaio di metri più in alto, sulla cima, un piccolo tempio rettangolare. La superficie del blocco è coperta da un reticolato di grandi pietre naturali che danno l’impressione di una maestosa pavimentazione artificiale (vedi foto successive e la pianta dell’acropoli).
    
    
         
Nessun dubbio che questo fosse un monte sacro in passato, il cui accesso era interdetto ai comuni mortali (chiari segnali in questo senso sono stati trovati lungo l’unico sentiero che porta alla cima).  Dal monte discende un unico wadi, che si allarga ai suoi piedi, formando una piccola piana, da cui si vede, incorniciato dalle pareti del wadi, il lato nord dell’acropoli, quello con il muro e la trincea. Al centro della piana si innalza una roccia di una paio di metri, circondata da numerose stele. I Barbiero hanno denominato questa roccia “l’altare del vitello d’oro”, perché tutto l’insieme si presta perfettamente ad ambientare l’episodio narrato in Esodo. Anche una pietra dalla forma di testa animale, che mani ignote hanno appoggiato all’altare, ricorda quell’episodio.
   
Scendendo dall’acropoli lungo l’unico sentiero, appena in vista dell’altare, è stata trovata per terra una tavoletta,  certamente sagomata a mano, che ricorda vagamente le classiche tavole di Mosè. La parte superiore della tavoletta, perfettamente piatta, era interamente coperta di licheni, prova certa che giaceva in quel luogo da secoli. La parte inferiore era scheggiata.
             
Semplici coincidenze? Può essere, ma tutte convergenti in favore del racconto biblico. Questi elementi, insieme a diversi altri dello stesso genere, hanno convinto i Barbiero che la collina isolata al centro della valle di Har Karkom deve identificarsi con il Monte Horeb della tradizione biblica.

ALTRE PROVE
L’ITINERARIO DI EGERIA

Il primo “cristiano” a nominare il monte Horeb è stato San Paolo. Nell’epistola ai Galati (4,25) egli afferma che “il Sinai è un monte dell’Arabia”. Ai suoi tempi l’Arabia era il paese dei Nabatei, la cui capitale era Petra. La seconda grande città carovaniera nabatea era Avdat, nel Negev meridionale, una ventina di km, in linea d’aria, a nord di Har Karkom, che era certamente in territorio nabateo, come testimoniato da numerose iscrizioni e strutture di vario tipo. Nei primi secoli dell’era cristiana Har Karkom era riconosciuto essere il sacro monte Sinai, come testimoniato dalle parole di Paolo e dalla presenza in loco, in epoca romano-bizantina, di numerose comunità di monaci (ebioniti, secondo la testimonianza di Epifanio).
Una testimonianza decisiva in questo senso è fornita dal diario di viaggio di una pellegrina del 4° secolo, Egeria. Probabilmente parente dell’imperatore Teodosio, essa aveva lasciato la Spagna nel 383 per raggiungere Costantinopoli, ma si era fermata in Palestina per visitare i luoghi santi.
Essa ha lasciato un diario straordinariamente accurato della sua visita al Monte Sinai, descrivendo in dettaglio ogni tappa del suo viaggio (tempi di percorrenza, distanze, luoghi e persone incontrate) ed ogni cosa che aveva visto. Niente di quanto descrive trova una corrispondenza sul St. Caterina. I Barbiero, diario di Egeria in mano, hanno seguito passo passo ad Har Karkom le indicazioni del racconto, trovando una assoluta corrispondenza, fin nei minimi dettagli; al punto che il diario di Egeria può  essere adottato, senza alcuna modifica, come la migliore guida  possibile per una visita turistica ai luoghi di interesse biblico di Har Karkom.
L’itinerario seguito dalla pellegrina, nei tre giorni della sua visita, può essere seguito sulla mappa. Partita da Beer Ada, alla confluenza del wadi Pharan con wadi Karkom, la mattina del 16 dic 381, arrivò a Beer Kakrom nel primo pomeriggio e passò la prima notte in un insediamento di monaci  su una cresta a un’ora di cammino dal pozzo. Il mattino seguente, seguendo la cresta, raggiunse la cima principale di Har Karkom, che lei identificava con il monte Sinai. Là ascoltò messa, dopodichè si recò su un monte vicino, al centro della valle, che lei identificava con il Monte Horeb. Tempi di percorrenza e descrizione accurata di questo monte non lasciano dubbi che si tratta dello stesso identificato dai Barbiero come Horeb. Passò la seconda notte in un insediamento di monaci ai piedi di questo monte, presso un wadi terrazzato per le coltivazioni. Il terzo giorno percorse il fondo valle, tornando a Beer Karkom e descrivendo tutto ciò che incontrava lungo il cammino: fra l’altro l’altare del vitello d’oro, insediamenti abitativi ed anche l’impronta del tempio tenda di Mosè, all’imboccatura della valle. La corrispondenza fra il racconto e l’ambiente è assoluta, al 100%.  Lungo il sentiero seguito il primo giorno, in prossimità della cresta, si incontra anche una incisione rupestre, di epoca bizantina, che con tutta probabilità celebra quell’avvenimento (vedi foto). Rappresenta un alto personaggio, montato su una cavalcatura con sella femminile (l’unica ad Har Karkom), che sale sulla montagna. Chi altri se non Egeria!
      
    
Questa straordinaria ricostruzione ha dato ai Barbiero la certezza che il monte al centro della valle Karkom era considerato il vero monte Horeb anche nei primi secoli dell’era cristiana.

LA PIU’ GRANDE PIETRA TOMBALE DELLA STORIA

A Gerusalemme i Barbiero fecero un’altra interessante scoperta. Durante una visita all’antico cimitero ebraico, sul monte degli Olivi, proprio di fronte alla spianata del Tempio, furono colpiti dalla somiglianza delle tombe con il monte al centro della valle Karkom. Chiesero a studiosi e rabbini quale fosse l’origine di quel genere di tombe (così differenti dalle tradizionali caverne in cui venivano sepolti i patriarchi), ma nessuno fu in grado di fornire una spiegazione.
     
Potevano essere “modelli” dell’acropoli di Har KarkomLa somiglianza è impressionante.
Se questo è vero, significa che la grande roccia che costituisce l’acropoli non è altro che un’immensa pietra tombale, sotto cui dovrebbero esserci delle sepolture.
  
La scoperta a Gerusalemme costituì un primo indizio per i Barbiero che sotto la grande roccia del monte Horeb dovevano esistere delle caverne nascoste.

INDIZI CIRCA L’ESISTENZA SUL MONTE HOREB
DI UN NASCONDIGLIO SEGRETO COLLEGATO
AL TEMPIO DI GERUSALEMME

Ci sono varie indicazioni nella Bibbia e in altri testi antichi che sul monte Horeb c’era una caverna. Mosè entrò in quella caverna e lo stesso fece il profeta Elia, che si era recato al monte proprio per quello scopo. Un testo apocrifo del 2° secolo a.C., detto “l’Apocalisse di Mosé”, afferma che sulla cima del monte sacro a Jahweh c’era “la caverna del tesoro”, la quale fungeva anche da luogo di sepoltura per i patriarchi.
L’ingresso alla caverna del monte Horeb era chiuso e ben mimetizzato, come testimoniato da un passo di 2 Maccabei (2, 4-12):   "Si diceva anche  nello scritto che il  profeta Geremia  ordinò  che lo  seguissero …al  monte dove Mosè  aveva contemplato l'eredità di  Dio. Geremia salì  e trovò  un  vano  a forma  di  caverna  e  là introdusse la  tenda,  l'arca e  l'altare  degli  incensi  e sbarrò l'ingresso. Alcuni del suo seguito tornarono poi  per segnare la strada, ma non  trovarono più il luogo.  Geremia, saputolo,  li  rimproverò  dicendo: il luogo deve restare ignoto, finché Dio non avrà  riunito la totalità del suo popolo e si sarà mostrato propizio. Allora il Signore mostrerà queste cose e si rivelerà la gloria del Signore e la nube, come appariva sopra Mosè, e come avvenne quando Salomone chiese che il luogo fosse solennemente santificato…”.
La maggior parte degli esegeti sostiene che il monte dove Geremia nascose gli arredi del tempio fosse il monte Nebo; ma questo è errato, perché in Esodo 15,17 è chiaramente indicato che  il monte dove Mosè  aveva contemplato l'eredità di  Dio è il monte Horeb.
Di grande interesse è anche l’informazione che re Salomone ha pregato sulla cima di quello stesso monte e lo ha santificato. Non è forse una coincidenza fortuita, infatti, che proprio nei pressi del sentiero che sale all’acropoli si trovi l’unico sito dell’età del ferro (epoca di Salomone)  di Har Karkom, con svariate strutture abitative.

UNA SPEDIZIONE IN PERIODO ELLENISTICO

Uno dei fatti più interessanti per i Barbiero era la grande spedizione compiuta in epoca ellenistica, che si era accampata a poche centinaia di metri dall’inizio del sentiero che porta all’acropoli (vicino all’altare del vitello). Le evidenze archeologiche dimostrano che scopo di quella spedizione era soltanto uno: fare o cercare qualcosa sull’acropoli. Questo è l’unico luogo, infatti, che conserva tracce evidenti della loro attività (a parte il campo stesso ed il percorso che porta all’acqua).
      
Nelle foto: veduta aerea del campo ellenistico (sito BK480). A destra vista del cimitero ellenistico. In basso pianta dello stesso cimitero (sito BK 411b, erroneamente classificato da Federico Mailland come "necropoli islamica"), rilevata dai Barbiero; le 40 tombe sulla destra sono di epoca ellenistica, mentre le altre sono più antiche.
Barbiero ha studiato a fondo la Storia Giudaica di Giuseppe Flavio, cercando indizi su una eventuale spedizione ad Har Karkom in periodo ellenistico. Dal testo risulta che furono i cinque fratelli Maccabei a dimostrare per la prima volta un grande interesse per il territorio dei Nabatei, dove essi soggiornarono a lungo e dove organizzarono anche delle spedizioni all’interno, che furono fatali per uno di essi (Giovanni). Sembra che alla fine Ircano I, figlio dell’ultimo dei Maccabei, Simone, nel 137 a.C. sia tornato dal territorio dei Nabatei a Gerusalemme, carico di denaro. E’ convinzione dei Barbiero che il campo ellenistico ad Har Karkom sia dovuto proprio ad Ircano, che spese il suo tempo lavorando proprio sulla cima del monte Horeb. Il cimitero che ha lasciato lontano dal campo è una indicazione certa che un gran numero dei componenti della spedizione sono morti (o sono stati uccisi), sulla via del ritorno a Gerusalemme.

RICERCHE STRUMENTALI

In conclusione, esistono forti indicazioni che l’acropoli al centro della valle di Har Karkom debba identificarsi con il biblico Monte Horeb, e ci sono numerose indicazioni di varia natura secondo cui sul monte Horeb ci deve essere una caverna segreta, utilizzata dai sacerdoti di Gerusalemme come nascondiglio di arredi sacri del Tempio, e probabilmente anche come tomba di alti personaggi, ai tempi del primo regno di Giuda.
Perciò i Barbiero hanno cominciato ad effettuare rilievi di vario genere, miranti ad appurare se sul monte Horeb, ed in particolare sotto l’acropoli, esistano delle cavità nascoste. Una prima misura della resistività del terreno ha dato risultanti incoraggianti, evidenziando discontinuità compatibili con la presenza di cavità. L’esistenza di numerose “anomalie” è stata confermata con l’impiego di una strumentazione più sofisticata, che misurava la resistività ed il campo magnetico per mezzo di onde radio in VLF.
    
   
Successivi rilievi con georadar  hanno consentito di localizzare con precisione queste “anomalie” e confermare che sono compatibili con la presenza di cavità, alcune probabilmente naturali (vedi grafico a destra), ma altre con caratteristiche che sembrano dovute ad interventi artificiali (come ad esempio nel grafico successivo).
Infine, poiché le misure con georadar hanno una portata limitata e non forniscono indicazioni affidabili in profondità, i Barbiero hanno effettuato una tomografia elettrica dell’acropoli, utilizzando la strumentazione più avanzata disponibile oggi.
I risultati sono molto chiari, come appare dalla successiva strisciata. Le tracce rosse rappresentano quasi certamente delle “cavità” all’interno della roccia, che corrispondono ai segnali georadar.
rilievi geoelettrici

E’ possibile che queste cavità siano state fatte dall’uomo e si identifichino con quelle menzionate dalla Bibbia ed altre fonti antiche per il monte Horeb. In tal caso è da ritenere che siano già state saccheggiate; ma potrebbero essere rimasti documenti ed altro materiale di inestimabile valore per noi.