mercoledì 16 agosto 2017

Salmo 65 di lode e ringraziamento

1 Al maestro del coro. Canto. Salmo.
Acclamate a Dio da tutta la terra,

2 cantate alla gloria del suo nome,
date a lui splendida lode.

3 Dite a Dio: «Stupende sono le tue opere!
Per la grandezza della tua potenza
a te si piegano i tuoi nemici.

4 A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».

5 Venite e vedete le opere di Dio,
mirabile nel suo agire sugli uomini.

6 Egli cambiò il mare in terra ferma,
passarono a piedi il fiume;
per questo in lui esultiamo di gioia.

7 Con la sua forza domina in eterno,
il suo occhio scruta le nazioni;
i ribelli non rialzino la fronte.

8 Benedite, popoli, il nostro Dio,
fate risuonare la sua lode;

9 è lui che salvò la nostra vita
e non lasciò vacillare i nostri passi.

10 Dio, tu ci hai messi alla prova;
ci hai passati al crogiuolo, come l'argento.

11 Ci hai fatti cadere in un agguato,
hai messo un peso ai nostri fianchi.

12 Hai fatto cavalcare uomini sulle nostre teste;
ci hai fatto passare per il fuoco e l'acqua,
ma poi ci hai dato sollievo.

13 Entrerò nella tua casa con olocausti,
a te scioglierò i miei voti,

14 i voti pronunziati dalle mie labbra,
promessi nel momento dell'angoscia.

15 Ti offrirò pingui olocausti
con fragranza di montoni,
immolerò a te buoi e capri.

16 Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.

17 A lui ho rivolto il mio grido,
la mia lingua cantò la sua lode.

18 Se nel mio cuore avessi cercato il male,
il Signore non mi avrebbe ascoltato.

19 Ma Dio ha ascoltato,
si è fatto attento alla voce della mia preghiera.

20 Sia benedetto Dio che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.

giovedì 10 agosto 2017

Il Paradiso

Da Wikipedia:

Il termine paradiso possiede due significati: il primo indica, nella tradizione biblica, quel luogo primordiale dove Dio collocò l'uomo appena creato (Genesi, 2); il secondo indica, nell'ambito delle teologie fondate sull'interpretazione dei testi biblici, quel luogo, celeste o terrestre, dove verranno destinati gli uomini da Dio giudicati come "giusti". Nel significato traslato della seconda accezione, con il termine "paradiso" si rendono termini di altre lingue, e di altre religioni, che indicano analoghe credenze in un luogo felice, post-mortem, riservato a coloro che hanno condotto una vita da "giusti".


Origine del termine "paradiso"

Il termine italiano "paradiso" (così come l'inglese paradise, il francese paradis, il tedesco paradies e lo spagnolo paraíso) viene dal latino ecclesiastico paradīsus, a sua volta adattamento dal greco biblico παράδεισος (parádeisos), nell'intenzione di rendere il termine ebraico גן (gan, "giardino") ovvero "giardino [dell'Eden]".

Il termine greco antico παράδεισος deriverebbe dal ricostruito medio iranico, *pardēz, mentre è correlato all'attestato antico iranico, precisamente avestico, pairidaēza, dove tuttavia non possiede alcun significato religioso, indicando il "recinto", derivando in quella lingua da pairidaēz (murare intorno, circondare con mura), quindi da paìri (intorno) + daēz (accumulare). All'avestico pairidaēza sono correlati i ricostruiti antico persiano *paridaida e il medo *paridaiza.

l termine di ambito iranico pairidaēza/*paridaida, partendo dall'originario significato di "recinto", "luogo recintato", indica quindi quei giardini, o meglio parchi, privati e cintati, propri dei sovrani dell'Impero achemenide, i quali ne ereditarono l'uso dagli Assiri[4]. Tali pairidaēza consistevano in una parte coltivata a giardino e in un'altra lasciata selvaggia, riserva di caccia per i re.

Nei testi in lingua greco antica è attestata l'esistenza di tali "giardini" persiani (il testimone più antico è in Wilhelm Dittenberge, Sylloge Inscriptionum Graecarum, 2), mentre la loro prima descrizione è in Senofonte (430/425-355 a.C.) Economico (IV, 20 e sgg.), presente in altre opere dello stesso autore (cfr. ad esempio Anabasi, I, 2,7).

Il termine, di origine iranica, entra nelle lingue semitiche con l'accadico pardēsu già col significato di "giardino", "parco"[8]; mentre il suo diretto corrispondente in ebraico lo si riscontra invece nella bibbia in lingua ebraica, ad esempio con il termine פרדס (pardês), per sole tre volte: Neemia, 2,8; Qoèlet, 2,5; Cantico dei Cantici, 4,13, avente qui, tuttavia, il significato di "frutteto", o "bosco"; successivamente il termine verrà utilizzato anche nella letteratura rabbinica (cfr., ad esempio, nel Talmud, Ḥagigah 14b, dove tuttavia già acquisisce implicitamente il significato di "luogo di beatitudine celestiale").

Il mito sumerico di Dilmun, il "paradiso" come luogo primordiale

La prima attestazione del mito del "paradiso terrestre è inserita nel racconto in lingua sumerica, datato al II millennio a.C., conosciuto con il titolo di Enki e Ninḫursaĝa. Qui sopra la riproduzione della seconda linea della tavola: La terra di Dilmun è pura.

La credenza in un primordiale luogo paradisiaco attiene, originariamente, alla letteratura religiosa in lingua sumerica, segnatamente al testo in 284 versi, indicato sotto il nome di Enki e Ninḫursaĝa (inizi II millennio a.C.), la quale individuava nel Dilmun quel posto privo di sofferenze, di privazioni e di affanni.

La nozione iranica del garō.dəmāma (Casa del canto): il "paradiso" come luogo, post mortem, riservato ai giusti

La credenza in un "giudizio dei morti", e quindi in un luogo di felicità riservato a coloro che in vita scelsero il "bene" piuttosto che il "male", risulterebbe presente nelle parti più antiche del libro sacro della religione mazdeista (conosciuta anche come "zoroastrismo"), l'Avestā, influenzando profondamente le successive credenze proprie dell'ebraismo, del cristianesimo, del manicheismo e dell'islām .

Tali parti antiche, indicate con il termine gāθā, sono infatti, per la maggior parte degli studiosi, attribuibili direttamente al profeta iranico Zarathuštra, vissuto, secondo le ipotesi più recenti attestate da una verifica filologica e archeologica, plausibilmente nell'Età del Bronzo, tra il XVIII e il XV secolo a.C. in Asia Centrale.

Il termine più frequente per indicare questo "paradiso" dei giusti è in lingua avestica garō.dəmāma (antico avestico; in avestico recente garō.nmāna) lett. "Casa del canto".


La visione religiosa propria dell'insegnamento del profeta iranico Zarathuštra consiste nella credenza in un dio unico, Ahura Mazdā, creatore di ogni cosa. A questo Dio si oppone Angra Mainyu, spirito inizialmente da lui creato, insieme ad altri "spiriti", come votato al bene, ma a lui ribelle, acquisendo per questo la natura di "spirito del male". Questa opposizione cosmica tra Bene e Male riguarda sia il mondo sovrasensibile, in quanto agli spiriti del "bene", gli Ameša Spenta, si oppongono quegli spiriti del "male", i Daēva, che hanno seguito nella ribellione Angra Mainyu, ma anche l'uomo chiamato nella sua vita a scegliere tra il "bene" e il "male".

La scelta dell'uomo verrà quindi o premiata o punita da Ahura Mazdā quando, alla fine dei tempi, sconfiggerà definitivamente Angra Mainyu e le schiere demoniache a lui fedeli.

Inoltre, secondo alcuni studiosi, in tale contesto arcaico di dottrine religiose vi è anche un'esplicita dottrina inerente alla resurrezione dei corpi.

Le nozioni di "paradiso" nell'ebraismo biblico, del Secondo Tempio e rabbinico

« ח ויטע יהוה אלהים גן בעדן--מקדם וישם שם את האדם אשר יצר ט ויצמח יהוה אלהים מן האדמה כל עץ נחמד למראה וטוב למאכל--ועץ החיים בתוך הגן ועץ הדעת טוב ורע י ונהר יצא מעדן להשקות את הגן ומשם יפרד והיה לארבעה ראשים יא שם האחד פישון--הוא הסבב את כל ארץ החוילה אשר שם הזהב יב וזהב הארץ ההוא טוב שם הבדלח ואבן השהם יג ושם הנהר השני גיחון--הוא הסובב את כל ארץ כוש יד ושם הנהר השלישי חדקל הוא ההלך קדמת אשור והנהר הרביעי הוא פרת טו ויקח יהוה אלהים את האדם וינחהו בגן עדן לעבדה ולשמרה »

« Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove si trova l'oro e l'oro di quella regione è fino; vi si trova pure la resina odorosa e la pietra d'ònice. Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre attorno a tutta la regione d'Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre a oriente di Assur. Il quarto fiume è l'Eufrate. Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. »

In questo passo di Genesi (libro in lingua ebraica che si ritiene composto intorno al VI secolo a.C.) troviamo dunque l'espressione גן־בעדן (gan bə‘êḏen, "giardino in Eden"), quindi il nome del "paradiso terrestre" in cui ai primordi della storia dell'uomo, il dio suo creatore collocò il primo uomo "Adamo". Altri passi della Bibbia si riferiscono a questo stesso "paradiso terrestre" con altri nomi:

- כגן־יהוה: kə-ḡan- YHWH, "come il giardino di YHWH" (come il giardino di Dio), in Genesi 13,10;
- בעדן גן־אלהים: bə-‘ê-ḏen gan-'ĕ-lō-hîm, "in Eden giardino di Elohim" (in Eden il giardino di Dio), in Ezechiele 28,13.

In questo giardino si consuma quel mito biblico in cui Adamo, convinto da Eva, a sua volta sedotta dal "serpente" (הנחש, nâchâsh) mangia il frutto "dell'albero della conoscenza del bene e del male" ( ועץ הדעת טוב ורע, wə-‘êṣ had-da-‘aṯ ṭō-wḇ wā-rā‘) e per questo verrà cacciato da Dio insieme alla compagna dal giardino di Eden affinché non mangiassero anche il frutto dell'"albero della vita" (ועץ החיים, wə-‘êṣ ha-ḥay-yîm) divenendo così immortali (Genesi 3). Il che potrebbe significare che mangiando dell'"albero della conoscenza del bene e del male", la coppia umana avrebbe potuto identificare l'"albero della vita", altrimenti nascosto, e questo spiegherebbe anche la ragione per cui il serpente, anche lui interessato all'immortalità, avrebbe convinto Eva a violare il comando divino.

L'origine del significato del nome ebraico Eden è sconosciuto, fino a qualche decennio fa lo si riteneva eredità diretta del termine accadico edinu, a sua volta resa del sumerico edin, col significato di "piana", "steppa". Tuttavia la scoperta nel 1979, a Tell Fekheriyeh (al confine tra la Turchia e la Siria), di una iscrizione bilingue accadico-antico aramaico risalente al IX secolo a.C. ne confermerebbe il collegamento alla radice del semitico occidentale *dn (lussureggiante, gradevole), quindi col significato di "delizioso", "[giardino] delle delizie".

Se è evidente il debito biblico nei confronti del racconto sumerico, e di analoghi in contesto mesopotamico, nella Bibbia tale ambito di "paradiso terrestre" supporta un racconto dagli evidenti contenuti morali.

Le nozioni di "caduta" e di "peccato originale" dell'uomo, derivati dalla violazione del divieto divino di mangiare il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, non attengono originariamente alle esegesi ebraiche ma solo a quelle di derivazione cristiana, entrando tardivamente nell'ebraismo grazie alla letteratura cabalistica medievale.

Come vedremo meglio più avanti, la letteratura rabbinica medievale distinguerà due Eden, quello "terrestre", luogo della coppia umana primordiale, e quello "celeste", luogo di beatitudine per le anime giudicate da Dio come "giuste".

Le dottrine ebraiche inerenti all'aldilà

« Nell'Ebraismo il concetto di al di là prese forma gradualmente e non fu mai espresso in una forma dogmatica o sistematica. L'idea ebraica di aldilà si è concentrata sulla credenza nella resurrezione della carne o nell'immortalità dell'anima. Sebbene queste concezioni siano state presenti, separatamente o insieme, in ogni epoca della storia ebraica, si può affermare con sicurezza che trovarono il loro maggiore sviluppo durante il periodo rabbinico medievale. »
(David Stern, Enciclopedia delle religioni vol.6, Milano, Jaca Book, (1987) 1993 p.17)

Nel testo biblico vi sono due indirizzi per il destino dei defunti: da una parte quello di tornare polvere in quanto si era polvere (Genesi, 2,7; 3,19), oppure a seguito della punizione divina dopo il "peccato" dei progenitori dell'umanità (Genesi, 3, 22-24), ma in altri passi biblici (ad esempio: Isaia, 14, 9-12; Ezechiele, 32,17-32) il destino degli uomini è quello di scendere nello אול (she'ol, gli "inferi"), luogo da cui non si risale. Tale luogo viene indicato anche con il termine ... ארץ חשך (ʾereẓ ḥōšeḵ) col significato di "terra di tenebra".


« כלה ענן וילך כן יורד אול לא יעלה »

« Una nube svanisce e se ne va, così chi scende agli inferi più non risale; »
(Libro di Giobbe, 7,9.)

Tali termini e nozioni sono strettamente correlati alla cultura religiosa mesopotamica.

Ma al Dio della Bibbia è riservato il potere di resuscitare chi è morto:

« יהוה ממית ומחיה מוריד שאול ויעל »

« Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire. »
(I Samuele, 2,6)

Tuttavia ci sono due eccezioni bibliche di uomini che non sono scesi nello she'ol per sempre: Enoch (Genesi, 5,24) ed Elijah (II Re 2,11); la loro condizione è analoga alla narrazione soprariportata del sumerico Ziusudra (il Noè sumerico, in ulteriore letteratura in lingua accadica, come il Poema di Atraḫasis o nell' Epopea di Gilgameš, conosciuto anche come Atraḫasis o Utanapištim).

Il più antico testo biblico che tratta della resurrezione dei morti è in Daniele 12,1-2, opera apocalittica risalente al II secolo a.C. redatta durante le persecuzioni di Antioco IV:


« א ובעת ההיא יעמד מיכאל השר הגדול העמד על בני עמך והיתה עת צרה אשר לא נהיתה מהיות גוי עד העת ההיא ובעת ההיא ימלט עמך כל הנמצא כתוב בספר ב ורבים מישני אדמת עפר יקיצו אלה לחיי עולם ואלה לחרפות לדראון עולם ס »

« Ora, in quel tempo, sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Sarà un tempo di angoscia, come non c'era stata mai dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l'infamia eterna. »
(Daniele, 12,1-2)

Tale nozione di "resurrezione" non riguarda, tuttavia, l'intero genere umano, ma solo agli appartenenti al popolo di Israele, più precisamente allo scopo di sostenere il valore del martirio e quindi della sua ricompensa (o punizione per i nemici).

Questa idea di "resurrezione" va tuttavia distinta dall'idea di "immortalità" dell'anima che invece entra nell'ebraismo della Diaspora da analoghe nozioni proprie della cultura greco-romana.

Tale idea di immortalità dell'anima la si riscontra, ad esempio, nel libro giunto a noi in lingua greca, La sapienza di Salomone (II-I secolo a.C.; testo non accolto nella Bibbia in lingua ebraica, la cui canonizzazione risale al Medioevo):

« 1 δικαίων δὲ ψυχαὶ ἐν χειρὶ θεοῦ καὶ οὐ μὴ ἅψηται αὐτῶν βάσανος2 ἔδοξαν ἐν ὀφθαλμοῖς ἀφρόνων τεθνάναι καὶ ἐλογίσθη κάκωσις ἡἔξοδος αὐτῶν 3 καὶ ἡ Ἀφ᾿ ἡμῶν πορεία σύντριμμα οἱ δέ εἰσιν ἐνεἰρήνῃ 4 καὶ γὰρ ἐν ὄψει ἀνθρώπων ἐὰν κολασθῶσιν ἡ ἐλπὶς αὐτῶνἀθανασίας πλήρης 5 καὶ ὀλίγα παιδευθέντες μεγάλα εὐεργετηθήσονταιὅτι ὁ θεὸς ἐπείρασεν αὐτοὺς καὶ εὗρεν αὐτοὺς ἀξίους ἑαυτοῦ 6 ὡςχρυσὸν ἐν χωνευτηρίῳ ἐδοκίμασεν αὐτοὺς καὶ ὡς ὁλοκάρπωμα θυσίαςπροσεδέξατο αὐτούς 7 καὶ ἐν καιρῷ ἐπισκοπῆς αὐτῶν ἀναλάμψουσινκαὶ ὡς σπινθῆρες ἐν καλάμῃ διαδραμοῦνται 8 κρινοῦσιν ἔθνη καὶκρατήσουσιν λαῶν καὶ βασιλεύσει αὐτῶν κύριος εἰς τοὺς αἰῶνας 9 οἱπεποιθότες ἐπ᾿ αὐτῷ συνήσουσιν ἀλήθειαν καὶ οἱ πιστοὶ ἐν ἀγάπῃπροσμενοῦσιν αὐτῷ ὅτι χάρις καὶ ἔλεος τοῖς ἐκλεκτοῖς αὐτοῦ 10 οἱ δὲἀσεβεῖς καθὰ ἐλογίσαντο ἕξουσιν ἐπιτιμίαν οἱ ἀμελήσαντες τοῦδικαίου καὶ τοῦ κυρίου ἀποστάντες »
(
« 1. Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. 2. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, 3. la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. 4. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza resta piena d'immortalità. 5. In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé; 6. li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come l'offerta di un olocausto. 7. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno, come scintille nella stoppia correranno qua e là. 8. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro. 9. Coloro che confidano in lui comprenderanno la verità, i fedeli nell'amore rimarranno presso di lui, perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti. La sorte degli empi 10. Ma gli empi riceveranno una pena conforme ai loro pensieri; non hanno avuto cura del giusto e si sono allontanati dal Signore. »
(La sapienza di Salomone, 3, 1-10)

Anche nelle opere del filosofo platonico ebreo di lingua greca, Filone di Alessandria (I sec. a.C.-I sec. d.C.), si presenta questa nozione di "anima immortale", opere, tuttavia, che non influenzarono il successivo ebraismo rabbinico.

« Infatti, come ora, finché siamo vivi, l'anima nostra è seppellita, per così dire, nel sepolcro del corpo, così,se moriamo, l'anima vive la vita che le è propria, perché si è sciolta dal legame del corpo: un cadavere <che è fonte> di male. »
(Filone di Alessandria, Allegoria delle Leggi, I, 108; traduzione di Roberto Radice, in Filone di Alessandria, Tutti i trattati del Commentario allegorico della Bibbia. Milano, Bompiani, 2011, p. 155)

Va dunque precisato che l'idea di "immortalità dell'anima" di derivazione greca implica un dualismo tra anima e corpo, quest'ultimo inteso come "prigione" peritura dell'anima da cui questa si deve liberare definitivamente; mentre l'idea di "resurrezione" intende congiungere l'anima e il corpo in una nuova vita maggiormente compiuta.

Per quanto l'argomento non sia stato frequentemente affrontato nella letteratura rabbinica, il tema dell'aldilà trova comunque una posizione ben chiara nella seguente affermazione contenuta nella Mishnah:

« מתני' כל ישראל יש להם חלק לעולם הבא »

« Tutto Israele ha un posto nel mondo a venire »
(Sanhedrin, dal Talmud Babilonese, 11,1)

a cui segue la spiegazione che tale "mondo a venire" è precluso a coloro che negano la "resurrezione dei morti".

Successivamente in questo modo precisata nel XII secolo dal filosofo e rabbino Maimonide:

« חסידי אומות העולם יש להם חלק לעולם הבא »

« I giusti di tutte le nazioni hanno un posto nel mondo a venire »
(Maimonide, Mishneh Torah, Teshuvah 3 Halacha 5)

« La dottrina rabbinica riguardante ricompensa e castigo nell'altro mondo ha le sue radici nella convinzione che anima e corpo si ricongiungeranno prima del giudizio finale. Sebbene il pensiero rabbinico fosse influenzato in ultima analisi dalle concezioni greco-romane di una esistenza dell'anima come entità separata, e sebbene vi siano alcune opinioni rabbiniche che attestino la credenza nell'immortalità dell'anima indipendentemente dalla nozione di resurrezione della carne. L'importanza assoluta che quest'ultima questione di fede ha rivestito per i rabbini è testimoniata dai notevoli sforzi di esegesi che essi hanno affrontato per trovare fonti che la riguardassero nella Torah [(...)] e nei frequenti riferimenti alla resurrezione presenti nei targunim. »
(David Stern, Op. cit.)


Nel cristianesimo

Paradiso nel cristianesimo è uno dei due stati (Inferno e Paradiso, il cattolicesimo ha introdotto nel Medioevo anche i dogmi relativi al Purgatorio) in cui vive l'uomo dopo la morte. Il Paradiso dopo la morte è l'unione definitiva tra Dio e l'Uomo, come viene simbolicamente visto nella Bibbia (Cantico dei cantici, Apocalisse) ed è la più profonda delle aspirazioni dell'uomo, conducendolo definitivamente alla felicità (v. I Corinzi, XIII, 12; I Giovanni, III, 2).

Nei libri dei Maccabei, libri deuterocanonici non inclusi nel canone ebraico e nei canoni protestanti, si esprime la certezza della risurrezione dei morti e della vita eterna. Eppure Qoelet (Ecclesiaste) 3,19-20 afferma:

« 19.Infatti la sorte degli uomini è la stessa che quella degli animali: come muoiono questi così muoiono quelli. Gli uni e gli altri hanno uno stesso soffio vitale, senza che l'uomo abbia nulla in più rispetto all'animale. Gli uni e gli altri sono vento vano.20.Gli uni e gli altri vanno verso lo stesso luogo: gli uni e gli altri vengono dalla polvere, gli uni e gli altri tornano alla polvere. »

Nella Bibbia la parola "Paradiso" compare in tre brani del Nuovo Testamento:

- (Vangelo di Luca 23:43) Quando uno dei malfattori crocifissi a destra e a sinistra di Gesù sgrida il suo compagno, il quale stava schernendo Gesù; in tale episodio il malfattore, resosi conto di essere giustamente condannato per le proprie opere malvagie, si rivolge a Gesù chiamandolo Signore, chiedendogli di ricordarsi di lui quando sarebbe venuto nel Suo regno. Gesù risponde allora affermando che il malfattore sarebbe stato con lui quel giorno stesso in Paradiso. Il malfattore, condannato dalla giustizia degli uomini, viene dunque assolto dalla condanna del peccato per mezzo della fede in Gesù Cristo. La via al Paradiso, il giardino di Eden, che la disubbidienza di Adamo ed Eva aveva reso inaccessibile all'uomo, viene riaperta da Colui che è la Via, la Verità e la Vita: Gesù Cristo

- (Seconda Lettera ai Corinzi 12:1-4) L'Apostolo Paolo riferisce indirettamente di una propria esperienza soprannaturale, nel quale egli, definendosi "un uomo in Cristo", riferisce di essere stato rapito fino al Terzo Cielo, in Paradiso, e di aver udito parole ineffabili, che non è lecito ad alcun uomo di proferire; tale brano colloca dunque il Paradiso in cielo - e non in terra o altrove, in un luogo accessibile solo a coloro che sono "in Cristo", ossia tutti coloro che come il malfattore in croce, riconoscono il proprio peccato davanti a Dio e ripongono in Gesù Cristo la loro fede e la loro speranza. Secondo la Parola di Dio non vi è dunque alcuno strumento "scientifico" o filosofico che possa rendere visibile ed accessibile il Paradiso all'uomo, ma solo la fede in Gesù Cristo.

- (Apocalisse 2:7) Gesù Cristo stesso riferisce nella lettera indirizzata alla chiesa di Efeso, che egli trasmette all'Apostolo Giovanni per mezzo di un angelo (Apocalisse 1:1), che Egli darà da mangiare dell'albero della vita, che è in mezzo al Paradiso di Dio, a colui che vince. Ciò mostra che l'albero della vita, di cui si era persa traccia dopo la cacciata di Adamo ed Eva dal giardino di Eden, non è scomparso, ma si trova ora nel Paradiso di Dio, che Paolo riferisce essere al Terzo Cielo, dunque non in terra. La vittoria di cui parla Gesù è quella di cui parla la Lettera ai Romani 8:37, la quale si ha in virtù della fede in Gesù Cristo, Colui che ha portato sulla croce il peccato di tutta l'umanità affinché per mezzo della fede in Lui l'uomo possa essere salvato dalla giustizia divina, diventare Figlio di Dio, ed accedere al Paradiso che il peccato ha reso inaccessibile.

Le dottrine protestanti contestano la convinzione di altre correnti cristiane secondo cui il Paradiso è accessibile mediante le buone opere compiute sulla terra, attribuendo dunque all'uomo la possibilità di scampare al giudizio divino mediante i propri meriti e la propria giustizia. Tali dottrine si rifanno ai seguenti passi:

- (Lettera agli Efesini 2:8) "Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio"
- (Lettera ai Romani 5:1) "Giustificati dunque per fede, abbiamo pace presso Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore,"



lunedì 7 agosto 2017

Numerologia nella Bibbia - parte 1

L’ Uno

L’unicità è propria di Dio e può esprimersi col numerale “uno/unico”  Mc 10:18; 12:29.32, Mt 23:9,  Lc 5:21.  “L’uno” indica in Gv l’unità che lo Spirito crea tra il Padre e Gesù (Gv 10:30), che deve integrare anche i discepoli (Gv 17:21-23, Gv 5:44; 17:3).

Il Due

Il due può essere simbolo della comunicazione di vita. Os 6:2. Si applica nel NT con la permanenza di Gesù con i samaritani (Gv 4:40-43) ai quali comunica lo Spirito (Gv 4:14). 
Lascia invece passare due giorni senza recarsi la dove Lazzaro era malato (Gv 11:6).

Il Tre

Nell’AT il numero tre allude alla divinità. Gen 18:2. Is 6:3 (cf. Ap 4:8) il tre volte santo.

Ma il tre indica soprattutto il completo e il definitivo.
Mt 4:1-11 Lc 4:1-13 Mc 14:30 tre tentazioni (= tutte) del demoniaco a Gesù .
Gv 21:15-17 Pietro : tripla professione d’amicizia/amore fraterno per Gesù.
Mc 8:2 le folle pagane danno totale adesione a Gesù ( stanno 3 giorni ad ascoltarlo) : hanno ricevuto da lui la vita che supera la morte. Mc 8:31 ( dopo tre giorni, risorgere) lasso di tempo, la vittoria immediata della vita sulla morte.

Il Quattro e i suoi multipli

Nel mondo classico: Deriva dai 4 punti cardinali, dalle 4 direzione del vento, dalle 4 stagioni e dalle costellazione corrispondenti: Toro, Leone, Scorpione e Acquario (mitologia babilonese sono figure che sostengono il firmamento ai suoi 4 angoli). Allora, simboleggia la totalità della terra e dell’universo. Ez 37:9; Zc 6:5; Dn 8:8; Gen 2:10; Ger 49:36

Il 40 indica una totalità limitata (una generazione o l’età d’una persona).
Gen 25:20 età d’una persona. Gen 7:4 lunghi periodi di sofferenza.
Es 16: 35 durata di fasi successive del piano salvatore di Dio.
400 anni equivalgono a 10 generazioni Gen 15:13

Nel NT ci sono tutte queste totalità: Mc 2:3 un paralitico, sorretto da quattro persone = unità pagana che vive nel mondo ; Gv 19:23 mantello di Gesù (I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti); Mc 1:13; Mt 4:2; Lc 4:2 Gesù sta nel deserto 40 giorni, in parallelo con i 40 anni dell’esodo d’Israele, i 40 giorni (= 1 generazione ) rappresentano il tempo dell’esodo di Gesù, cioè la sua vita pubblica. At 1:3 Dopo la risurrezione Gesù rimane con i discepoli per 40 giorni, indica il tempo nel quale devono superare la prova.
4000 persone -multiplo di 4 che indica che l’esodo liberatore significato dalla distribuzione del pane è destinato a tutta l’umanità. Mc 8:9.20

Il Cinque e i suoi multipli

Nel AT i gruppi di profeti sono composti di “50 uomini adulti” 1 Re 18:4; 18:13; 2 Re 2:7
Negli Atti lo Spirito scende sui discepoli di Gerusalemme il giorno 50 (significato della parola Pentecoste). At 2:1-4
5 sono i pani distribuiti da Gesù, Mc 6:38 e li ricevono 5.000 “uomini adulti” (uomini adulti = denominazione figurata per indicare la pienezza umana prodotto dallo Spirito). Mc 6:44 Il pane esprime l’amore di Dio creatore. Il pane è la vita, dono continuo di Dio e che non finisce.

Il Sei: l’incompleto,l'inefficace, il debole, lo sconfitto..

Qualche volta l’incompleto equivale all’inefficace. Gv 2:6 (sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei,) la purificazione religiosa giudaica non ristabiliva la relazione con Dio.
L’incompleto è quello che precede, attende e annuncia il completo.
Mt 27:45 L’ora sesta (mezzogiorno) descrive il dono di sé, di Gesù nel suo aspetto di morte (Gv 19:34), che però culminerà nella risurrezione.
Gv 12:1 Il sesto giorno è quello dell’attività di Gesù, che termina nella morte di Gesù e la realizzazione del progetto di Dio (Gv 19:30). Gv 19:28-31 Le sei feste che appaiono in Gv (2:13; 5:1; 6:4; 7:1;

Il Sette: completezza, totalità definitiva

L’AT adotta molti dei significati simbolici, è il numero della completezza, della totalità determinata o definitiva. da qui il sabato che indica il riposo che fa seguito alla creazione conclusa.
Le feste che duravano sette giorni (Lv 23:34). 
La purificazione completa si effettuava con sette aspersioni di sangue (Lv 16:19).
Dio vede tutto con sette occhi (Zc 4:10).
Nell’età della salvezza il sole brillerà sette volte di più (Is 30:26).
Tutti = sette Prv 26:16
Tutta la storia delle religioni hanno uno stupore per il 7, dovuto alla regolarità dello scorrere del tempo in periodi di 7 giorni, seguendo le quattro fasi della luna e ad altre osservazione astronomiche.

70 
Dn 9:24 rappresenta la scadenza di tempo in cui dovrebbe effettuarsi la salvezza messianica.
Nm 11:16 settanta anziani sono scelti per aiutare Mosé.
Secondo la concezione ebraica, viveva sulla terra un totale di una settantina di nazioni, idea basata sul quadro genealogico fornito da Gen 10, dove sono enumerati 70 popoli (Dt 32:8).

Nel NT le genealogia di Gesù in Matteo (Mt 1:2-16) e Luca (Lc 4:23-38), nonostante le loro differenze, sono basate sul
numero 7: Mt: tre gruppi di 14, vale dire sei settenari. Lc: cita 77 antenati di Gesù, vale dire undici settenari, Gesù inaugura il dodicessimo, Entrambi gli evangelisti sono interessati al compimento della storia nella persona di Gesù Messia: Matteo, nella storia della salvezza d’Israele (a partire da Abramo); Luca in quella dell’umanità (a partire da Adamo).

Nelle ore, in Gv l’ora settima indica comunicazione di vita (Gv 4:52) guarendo il figlio del funzionario; in opposizione a l’ora sesta, che quella del rifiuto e condanna (Gv 19:14-16).

7 è la soma de 5 pani e 2 pesci (Mc 6:41; Gv 6:9) e indica la totalità del nutrimento posseduto dalla comunità. Nella seconda distribuzione si parla di 7 pani (Mc 8:5), indicando inoltre con questo che sono destinati a tutti i popoli.
Una persona posseduta da 7 spiriti (Mt 12:43-45) o demòni (Lc 8:2).
Seguendo l’idea dell’AT dei 70 popoli dell’umanità, in Lc i settanta discepoli (Lc 10:1) costituiscono il secondo gruppo missionario parallelo a quello dei 12 (Lc 9:1-6), rappresentato tutti i popoli della terra.
Sono 7 i discepoli presenti in Gv dopo la resurrezione (Gv 21:1-2) che rappresentano la comunità. La pesca è la missione universale. In opposizione a 12 = numero d’Israele, 7 = totalità dei popoli. Indica la comunità di Gesù non come eredità di un passato ma come apertura al futuro

L’ Otto: mondo definitivo

Il 8 è un numero specificamente cristiano, è il mondo definitivo al di là della prima creazione (il sette).
8 sono le beatitudine di Matteo (Mt 5:3-10), allude precisamente alla realizzazione sulla terra del regno di Dio.
8 giorni dopo …
Lc 9:28 in qui si verifica la trasfigurazione indica che Gesù manifesterà ai discepoli la realtà definitiva dell’Uomo, al di là dei limiti del mondo presente.
Gv 20,26 la seconda apparizione di Gesù risorto ai discepoli e indica il carattere pieno e definitivo del tempo messianico.
Completa così il carattere di novità e di principio indicato con l’espressione il primo giorno della settimana (Gv 20:19).

Il Dodici: unita del popolo eletto

Il 12 prende il suo senso simbolico dai dodici mesi, ma nell’AT non resta traccia di questa concezione.
Nell’AT e nel NT i dodici simboleggia l’unità e totalità del popolo eletto.
Gen 49; Nm 1:40-49; 13:2-15
Il punto d’origine per il numero 12 come simbolo di Israele si trova nel numero dei figli di Giacobbe, da essi derivano le 12 tribù (Gen 49:28). Tutta la storia di questo popolo si rapporta al numero 12; ad esso alludono persino le vesti sacerdotali (Es 28:21).
Il 12 come connotazione teologica: le 12 tribù rappresentano la condizione del popolo ebraico cosi come è voluta dal Dio dell’alleanza (Es 24:4; 1 Re 18:31). È simbolo della situazione ideale d’Israele.

Nel NT il 12 appare in:
Mc 3:13ss; Mt 10:1ss e Lc 6:13ss
Nel dare la lista dei discepoli, che rappresentano il nuovo Israele e che Gesù destina a una missione universale.
Gv 6:13
In Gv appare per prima volta il 12 quando sono menzionati i cesti degli avanzi raccolti dopo la distribuzione dei pani, a indicare che la distribuzione, cioè la solidarietà, deve continuare fino a saziare la fame di tutto Israele.

venerdì 4 agosto 2017

Per la Pace: salmo 84

1 Al maestro del coro. Dei figli di Core. Salmo.

2 Signore, sei stato buono con la tua terra,
hai ricondotto i deportati di Giacobbe.

3 Hai perdonato l'iniquità del tuo popolo,
hai cancellato tutti i suoi peccati.

4 Hai deposto tutto il tuo sdegno
e messo fine alla tua grande ira.

5 Rialzaci, Dio nostra salvezza,
e placa il tuo sdegno verso di noi.

6 Forse per sempre sarai adirato con noi,
di età in età estenderai il tuo sdegno?

7 Non tornerai tu forse a darci vita,
perché in te gioisca il tuo popolo?

8 Mostraci, Signore, la tua misericordia
e donaci la tua salvezza.

9 Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annunzia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli,
per chi ritorna a lui con tutto il cuore.

10 La sua salvezza è vicina a chi lo teme
e la sua gloria abiterà la nostra terra.

11 Misericordia e verità s'incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.

12 La verità germoglierà dalla terra
e la giustizia si affaccerà dal cielo.

13 Quando il Signore elargirà il suo bene,
la nostra terra darà il suo frutto.

14 Davanti a lui camminerà la giustizia
e sulla via dei suoi passi la salvezza.

martedì 1 agosto 2017

Significato del nome Mosè

Da Wikipedia:

Mosè (latino: Moyses; in ebraico: מֹשֶׁה, standard Moshé, tiberiense Mōšeh; greco: Mωϋσῆς; in arabo: موسىٰ‎, Mūsa; ge'ez: ሙሴ, Musse) è per gli Ebrei il rav per antonomasia (Moshé Rabbenu, Mosè il nostro maestro), e tanto per gli Ebrei quanto per i cristiani egli fu la guida del popolo ebraico secondo il racconto biblico dell'Esodo; per i musulmani, invece, Mosè fu innanzi tutto uno dei profeti dell'Islam la cui rivelazione originale, tuttavia, andò perduta.

Il problema della storicità di Mosè e degli eventi narrati dall'Esodo è un tema che è stato ampiamente dibattuto in ambito accademico. A chi in passato ha difeso la storicità del personaggio, si contrappongono quanti oggi vedono in Mosè una figura dai soli contorni mitici o leggendari. Tra queste due posizioni si collocano alcuni studiosi, tra cui Israel Finkelstein, che pur negando la verità storica della relativa narrazione biblica, la considerano la mitizzazione di un confronto attinente a una cronologia più bassa (a partire dal VII secolo a.C.) della storia d'Israele, ovvero dello scontro tra il re Giosia e il faraone Necao II, ritenendo quindi che i suoi protagonisti non siano che la risultante scaturita da quella che potrebbe essere chiamata pia tradizione.

Il testo biblico spiega il nome "Mosè", come una derivazione dalla radice משה, collegata al campo semantico dell'"estrarre dall'acqua", in Esodo 2,10. Si suggerisce in questo versetto che il nome sia collegato all'"estrarre dall'acqua" in un senso passivo, Mosè sarebbe "colui che è stato estratto dall'acqua". Altri, prendendo le distanze da questa tradizione, fanno derivare il nome dalla stessa radice, ma con un senso attivo: "colui che estrae", nel senso di "salvatore, liberatore" (di fatto, nel testo masoretico la parola è vocalizzata come un participio attivo, non passivo). Nella lingua egiziana, Mosè potrebbe significare fanciullo o anche figlio o discendente, come nei nomi propri Thutmose, "figlio di Toth", o Ramesse, "figlio di Ra".

Calendario egizio

Tratto da Wikipedia:

Il calendario egizio è un calendario composto da tre stagioni di quattro mesi di 30 giorni ciascuno, per un totale, quindi, di 360 giorni.

Alla fine dell'anno vengono aggiunti 5 o 6 giorni, detti epagomeni.

Origini: il calendario nilotico

Il calendario era nato nell'Antico Egitto principalmente per regolare i lavori agricoli. Gli egiziani definivano il loro anno (uep renpet, wp rnpt = iniziatore dell'anno) come il tempo necessario per il raccolto. I contadini quindi utilizzavano come inizio dell'anno il giorno dell'arrivo a Menfi della piena del fiume Nilo, evento che si verificava attorno al 20 giugno, ma è suscettibile di importanti ritardi o anticipi. L'esigenza di definire in modo accurato la durata dell'anno portò all'introduzione di altri calendari, talora utilizzati simultaneamente benché potessero adottare come capodanno giorni estremamente diversi e perciò gli storici hanno tuttora grandi difficoltà nell'interpretare il reale significato di antiche date egizie.

Il calendario civile vago

Il principale calendario, quello civile, era costituito da 365 giorni esatti e perciò differiva di circa un quarto di giorno dalla durata reale dell'anno solare. In pratica il capodanno anticipava di un giorno ogni 4 anni. Il fatto che la posizione del capodanno fosse variabile è il motivo per cui questo calendario viene detto vago, dal latino annus vagus.

Un giorno ogni quattro anni, un mese ogni 120 anni; servivano 1460 anni (4 × 365) del calendario giuliano, prima che l'inizio dell'anno civile ritornasse a coincidere con l'inizio dell'anno giuliano. In altre parole 1460 anni giuliani contengono 1461 anni del calendario egiziano civile. Il ciclo dei 1460 anni veniva chiamato ciclo sotiaco, visto che per gli egizi l'anno iniziava con la prima levata eliaca della stella Sirio (o Satis, nome della Dea egizia dell'inondazione di Elefantina, o Sothis, come veniva chiamata dai greci). In concomitanza col solstizio d'estate e con questa elevata eliaca di Sirio (che avveniva il 21 giugno di circa 4700 anni fa, mentre oggi avviene ad agosto a causa dell'effetto della precessione), gli egizi ben presto si accorsero che avvenivano le piene del Nilo. Secondariamente l'evento delle piene "scivolava" in avanti esattamente ogni 4 anni rispetto al loro calendario civile. Ciò nonostante gli egizi non si preoccuparono mai di inserire un giorno in più nel loro calendario (anno bisestile). Il motivo per cui, per circa 3000 anni, non inserirono mai un anno bisestile è perché per loro il tempo non era lineare ma ciclico.

La posizione del capodanno egizio entro il calendario giuliano si ricava facilmente da diversi antichi scrittori. Ad esempio Tolomeo nell'Almagesto dice che esso era caduto il 21 luglio nell'anno 135 e ne dà conferma un secolo dopo Censorino, scrivendo che il capodanno era caduto il 20 luglio nel 138-139. Nel 22 a.C., invece, il nuovo anno era iniziato il 29 agosto giuliano, cioè proprio 40 giorni dopo per una data antecedente di 160 anni (160/40 = 4).

Il calendario alessandrino

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: giorni epagomeni.
Per rimediare a questo continuo slittamento del capodanno anche in Egitto si pensò di aggiungere un giorno ogni quattro anni, realizzando cioè lo stesso tipo di riforma che è alla base dell'introduzione degli anni bisestili nel calendario giuliano. Il primo tentativo in questo senso ebbe luogo nel 238 a.C., quando Tolomeo III con il decreto di Canopo ordinò di aggiungere un sesto giorno epagomeno ogni quattro anni in modo da conservare l'allineamento del calendario civile con quello solare.

Secondo quasi tutti gli studiosi, però, la riforma del calendario non ebbe attuazione pratica sino al regno di Augusto, quando venne reintrodotta nell'ultimo anno del quadriennio 25-22 a.C., quando la data del capodanno vago era il 29 agosto. L'anno 22 a.C. fu quindi il primo anno di attuazione della riforma e il 29 agosto diventò il sesto giorno epagomeno, mentre il capodanno fu spostato al 30. Da allora in poi inizia la sequenza degli anni di 366 giorni:

22, 18, 14, 10, 6, 2 a.C., 3 d.C., 7.... (si osservi che non esiste l'anno zero)
in cui il nuovo anno inizia il 30 agosto, mentre i tre capodanni intercalari restano fissi al 29.

Sino all'anno 1 a.C. restarono alcune difficoltà nella corrispondenza fra calendario alessandrino e calendario giuliano, per il quale inizialmente il giorno bisestile veniva introdotto ogni tre anni anziché quattro. Da allora in poi l'anno in cui veniva aggiunto il sesto giorno epagomeno era seguito dall'anno bisestile giuliano. Quando, perciò, il capodanno cadeva il 30 agosto restava un disallineamento di un giorno rispetto alla normale corrispondenza dei due calendari sino al febbraio successivo, quando anche il calendario giuliano aggiungeva un giorno.

Nonostante la riforma augustea il calendario civile vago continuò ad essere molto usato nei secoli successivi.


Il calendario luni-stellare

Diversi studiosi sostengono che il calendario originale egizio fosse un calendario lunare, ancorato all'anno sotiaco proprio grazie all'utilizzo di giorni epagomeni. Il calendario lunare era utilizzato soprattutto dai sacerdoti.

Le lunazioni, che durano circa 29,5 giorni, prendevano nome dal mese in cui si verificavano. Alcuni anni potevano esserci tredici lunazioni se ne capitava una durante un giorno epagomeno oppure si verificava la luna blu, cioè una doppia lunazione nei giorni 1 e 30 dello stesso mese.

Il calendario lunare si riallineava periodicamente col calendario solare:

309 lunazioni corrispondevano quasi esattamente a 25 anni vaghi, cioè 9125 giorni (errore di meno di un'ora: occorrevano 500 anni per accumulare il ritardo di un giorno)
940 lunazioni davano 76 anni alessandrini (ciclo callippico). L'errore residuo era stimato in un intero giorno solare in eccesso, ma in realtà è solo di 5 ore e 55 minuti.

Simbologia del numero 12

Tratto da Wikipedia:

Dodici (cf. latino duodecim, greco δώδεκα) è il numero naturale che segue l'11 e precede il 13.

«Il dodici segna l'ingresso nella pubertà e dunque induce l'idea di una trasformazione radicale [...che] si fonda su un passaggio molto difficile e faticoso che è il solo che davvero porta a crescere. È per questo che il dodici traduce implicitamente gli ostacoli, i passaggi difficili, gli enigmi da risolvere. Nella maggior parte delle società, i riti iniziatici, destinati a far accedere allo stato di adulto, si praticano nel dodicesimo anno di età.»

Anatomia umana:

- 12 è il numero di paia dei nervi cranici.
- 12 è il numero delle vertebre toraciche (7 sono quelle cervicali e 5 quelle lombari).
- 12 è il numero di paia di coste.
- 12 è il numero di falangi nelle dita d'una mano, pollice escluso (e da questo dettaglio, coniugato alle cinque dita dell'altra mano, potrebbe derivare la base numerica sessagesimale).

Calendario:

- 12 sono i mesi (le lunazioni complete) in un anno solare.
- 12 sono i segni dello zodiaco con cui si divide in altro modo l'anno.

Un giorno viene diviso in 12 ore antimeridiane e 12 pomeridiane, così come la circonferenza del quadrante dell'orologio (anticamente le ore erano solo 12, sei diurne e 6 notturne).

Astrologia:

Dodici è il numero dei segni dello zodiaco "occidentale", cinese, indiano...

Dodici anni circa è il tempo che impiega Giove per compiere il giro dello zodiaco. Per questo il dodicesimo anno di vita corrisponde al primo ritorno di Giove nella posizione natale.

Musica:

Nel sistema musicale occidentale per convenzione 12 semitoni formano un'ottava.

Diritto:

Nel diritto romano, una tra le prime codificazioni scritte è rappresentata dalle leggi delle XII tavole.

"I dodici" era il nome, in questa forma assoluta o con ulteriori specificazioni, di antiche magistrature locali italiane, composte appunto di dodici persone. Ad esempio "i dodici del popolo" di Pisa nei secoli 13º-14º, "i dodici" di Siena nel secolo 14º, "i dodici procuratori" di Firenze durati dal 1480 al 1494, "il collegio dei dodici" di Venezia durato dal 1548 al 1780.

Nel processo penale anglosassone, la giuria si compone tipicamente di 12 giurati. 

I principi fondamentali della Costituzione italiana sono 12.

Mitologia:

Nella mitologia greca gli dèi principali del monte Olimpo sono dodici.
Secondo diversi autori, nella mitologia greca il numero dei Titani e delle Titanidi era di dodici.
Nella mitologia greca Eracle, poi Ercole nella mitologia romana, affronta e supera dodici fatiche.
Nella letteratura medievale, dodici sono i paladini di Carlo Magno, e a volte i cavalieri della Tavola rotonda alla corte di re Artù.

Religione:

Bibbia
- Nelle religioni bibliche, dodici è il numero dei figli di Giacobbe/Israele. Da tali patriarchi discendono le dodici tribù di Israele.
- Dodici è il numero dei profeti minori biblici.
- Il ritrovamento di Gesù al Tempio in mezzo ai sapienti avviene quando ha dodici anni (Luca 2, 41-47).
- Gesù chiamò a sé dodici apostoli (Marco 3, 13).
- Nel miracolo evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci, le ceste o canestri riempiti con gli avanzi sono dodici (Marco 6, 43 || Luca 9, 17 || Matteo 14, 20 || Giovanni 6, 13): come "il numero delle tribù d'Israele, rappresenta simbolicamente tutto il popolo".
- Nell'Apocalisse di Giovanni, al versetto 12, 1 appare «un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle». Arsène Heitz, cui è solitamente attribuita la bozza che è stata accolta come bandiera europea, ha successivamente fornito una spiegazione in chiave biblica del suo disegno, facendo riferimento a questa descrizione.
- Sempre nell'Apocalisse di Giovanni, al versetto 4, 4 i vegliardi che attorniano il trono di Dio sono 24 (12x2).
- Ancora nell'Apocalisse di Giovanni, ai versetti 7, 4; 14, 1.3 è presente il numero 144000, cioè 12x12x1000, come quello dei «redenti della terra».
- La Gerusalemme celeste ha dodici porte (Apocalisse 21, 12.21).
«In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall'altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni» (Apocalisse 22, 2).
- Via Crucis. Secondo la Via Crucis tradizionale, la dodicesima stazione corrisponde alla morte di Gesù.

Religione nuragica
Nella religione nuragica della Sardegna della fine dell'età del bronzo, religione molto vicina a quella cananea delle origini, il 12 era un numero assai frequente per esprimere il disco o la luce solare di YHWH. Lo attestano ormai numerosi documenti sardi rinvenuti a far data dal 1995, anno in cui furono rinvenute le ormai famose tavolette bronzee di Tzricotu di Cabras. Il numero era spesso affiancato dal numero 'tre', ovvero dal segno commentatore (hē) e dal sette con il significato di 'Santo'. Ragion per cui scrivere numericamente 'sette, dodici, tre' voleva significare 'Santo Sole Lui'. L'espressione è rimasta ancora nel sardo odierno (in area linguistica campidanese): Su (issu) Santu Doxi! Si usa come moto di stizza ed equivale in italiano ad un'imprecazione verso il Signore. Nell'area in variante logudorese si usa invece l'espressione, ugualmente su base numerica sette, 'Zesù Sette'! Ovvero Gesù Santo. Appare evidente che il 'Gesù' è stato introdotto al posto del 'Dodici' in periodo di cristianizzazione della Sardegna e che l'espressione del campidanese (variante del Sud dell'isola) è quella originaria.

Religione norrena
Nella religione norrena, 12 erano i sacerdoti (díar o drótnar) che presiedevano il centro di culto Ásgarðr.