mercoledì 26 luglio 2017

Har Karkom, nuove ipotesi sul Monte Sinai

Tratto da www.altriocchi.com/h_ita/pi3/monte_oreb.html :

Vengono qui brevemente presentati i risultati di venti anni di ricerche effettuate da Flavio Barbiero e suo fratello Claudio in Israele. La località precisa è Har Karkom, nel deserto del Negev, un’area dove il Prof. Emmanuel Anati possiede una concessione archeologica fin dal 1980. Sulla base di oltre 1200 siti archeologici Anati sostiene che Har Karkom si identifica con il vero monte Sinai della Bibbia. I Barbiero si sono uniti al gruppo di ricerca del Prof. Anati fin dal 1990 ed hanno svolto una indagine specifica, volta a stabilire l’esatta ubicazione del monte Horeb.
Precise corrispondenze fra le risultanze archeologiche e i testi scritti provano che il racconto di Esodo è basato su fatti realmente accaduti e che l'altipiano di Har Karkom è il vero Sinai, mentre il monte Horeb si identifica con una piccola cima al centro della valle Karkom, leggermente distaccata dall'altipiano.

HAR KARKOM COME MONTE SINAI

La tradizione cristiana attuale identifica il Monte Sinai della Bibbia con il massiccio del St Caterina, nella parte meridionale del penisola del Sinai.
Nessun resto archeologico anteriore al sesto secolo a.C. è mai stato trovato in questa area; inoltre l’ubicazione e la topografia di questa montagna non trovano alcuna corrispondenza nel racconto biblico.  Per tali ragioni vari autori hanno proposto differenti ubicazioni per la montagna sacra , come indicato nell’illustrazione a fianco.
Nel 1982 il Prof. Emmanuel Anati, dopo due anni di ricerche nell’area di Har Karkom, una montagna nel deserto del Negev, in Israele (vedi circolo nella cartina), annunciò al mondo di aver scoperto il monte di Mosé, sulla base di una impressionante quantità di evidenze archeologiche indicanti che Har Karkom era stata una montagna sacra fin dal paleolitico ed in particolare nell’età del Bronzo. Non poche di queste evidenze corrispondono a quanto riferito nel racconto biblico.

LA HAMMADA  ARCHIVIO APERTO DEL PASSATO

Il deserto dove è situato Har Karkom è di un tipo particolare chiamato “hammada”. La caratteristica principale di questo terreno, coperto da uno strato compatto di ciottoli (vedi la foto a lato), è che non c’è attualmente alcun processo di sedimentazione e di erosione. La superficie è rimasta immutata per  migliaia di anni, e mantiene in perfetto stato di conservazione le tracce lasciate da chiunque vi abbia piantato una tenda o costruito un’abitazione negli ultimi 50 mila anni o anche più.
Circa 200 villaggi paleolitici, che coprono un periodo di oltre 40 mila anni, sono stati identificati sull’altipiano di Har Karkom. Il loro stato di conservazione è straordinariamente buono, come se fossero stati appena abbandonati; tutti hanno fornito un’abbondante quantità di strumenti litici, che hanno consentito la loro datazione precisa.
Uno di questi villaggi, formato da cinque grandi capanne, è ritratto nella seguente figura, mentre nella successiva sono chiaramente visibili le impronte di numerose capanne, insieme ai sentieri paleolitici (che erano tenuti puliti dai sassi, a differenza di quelli successivi) e le tracce di pneumatici moderni. Migliaia di anni separano queste tracce, ma non c’è modo di stabilire la loro età, se si prescinde dagli strumenti litici. Fra le capanne è chiaramente visibile anche un geoglifo, che rappresenta la sagoma di un grande mammifero; la sua età non può essere stabilita in alcun modo.
   
Di particolare interesse è un sito presso il bordo del plateau, dove all’incirca 30.000 anni fa uomini paleolitici hanno radunato molte grosse pietre di selce, di forma vagamente antropomorfa, costituendo una sorta di galleria d’arte (o si trattava piuttosto di un santuario? Nessuno potrà mai stabilirlo con certezza). Niente di simile è mai stato trovato nel resto del mondo, segno che la montagna godeva di una considerazione del tutto speciale fra i paleolitici.
Più di 1200 siti archeologici sono stati censiti fino ad oggi nella concessione di Har Karkom; circa il 30% di essi sono paleolitici. 

I SITI DELL’ETA’ DEL BRONZO

Un altro  30% circa dei siti archeologici di Har Karkom appartiene all’età del Bronzo e sono perciò denominati BAC (Bronze Age Complex).
 
Più di 2.000 strutture abitative di vario tipo (vedi foto sopra) sono sparse ai piedi del monte, la maggior parte nella valle Karkom, ma molte anche tutto intorno al monte. Alla stessa epoca risalgono una grande varietà di altre strutture, come altari, stele, piattaforme, tumuli, tombe,  fortezze ecc. Vedi, per esempio, un gruppo di piattaforme al bordo meridionale del plateau ed uno dei tanti biblici “gal ed” (mucchi della testimonianza) sparsi nella valle.
      

SITI ELLENISTICI E ROMANO-BIZANTINI

Uno dei siti archeologici più notevoli della valle Karkom è un grande accampamento dell’epoca ellenistica (3°-2° secolo a,C,) con circa 120 strutture allineate in stile militare. Ai limiti del campo ci sono varie sepolture, ma un intero cimitero, con 40 tombe della stessa epoca, si trova ad un paio di km a nord del campo, in direzione dell’unico pozzo della zona, Beer Karkom (pozzo di epoca BAC). Questo sito è importante, perché dimostra che in epoca ellenistica è stata effettuata ad Har Karkom una grande spedizione dalla Palestina, nel corso della quale è accaduto qualcosa di drammatico. Chiaro segno che Gerusalemme aveva allora un forte interesse per quest’area.
Un altro 30% dei siti archeologici di Har Karkom appartiene al periodo romano-bizantino. I siti abitativi di questo periodo erano in tutta evidenza delle comunità monastiche (vedi ad esempio la foto successiva, che mostra una schiera di costruzioni rettangolari del periodo bizantino, allineate lungo il bordo del wadi. Sul retro due grandi cerchi di epoca BAC). La grande abbondanza di monaci residenti nella valle e sul monte Har Karkom è un chiaro segno dell’importanza di questa zona da un punto di vista religioso, nei primi secoli del cristianesimo.

INCISIONI RUPESTRI

Ad Har Karkom ci sono più di 40.000 incisioni rupestri, che coprono un periodo che va dal calcolitico fino all’epoca islamica. La maggior parte delle incisioni sono di epoca BAC e rappresentano spesso animali (in particolare ibex), scene di caccia e simili.
    
Diverse incisioni sembrano in qualche modo collegate al racconto biblico, per esempio quando esso definisce quel posto un “deserto di serpenti e scorpioni”. Alcune ricordano “l’occhio di Dio”, o il bastone ed il serpente di Mosé
   
O nientemeno che le tavole della legge, come questa tavoletta, dalla forma inequivocabile, divisa in dieci parti, esattamente come nella tradizione rabbinica relativa ai dieci comandamenti.

I SITI A  PLAZA

I siti archeologici aiutano a ricostruire la storia di quest’area, ed è una storia che si adatta in maniera perfetta al racconto biblico. La maggior parte dei villaggi BAC si trovano nella valle Karkom, ma ci sono quasi 40 siti, tutti rispondenti ai medesimi criteri costruttivi, che circondano completamente la montagna ed i villaggi ai suoi piedi. Si tratta dei siti a “plaza”, così detti perché costituiti tutti da un numero variabile di strutture disposte in cerchio, in modo da formare una larga corte circolare.
        
All’interno della corte veniva custodito il bestiame, e le strutture circostanti erano destinate a vari usi, macellazione, silos, abitazioni ecc. Non c’è traccia che indicasse la presenza di nuclei familiari veri e propri: solo maschi adulti, evidentemente pastori. Anche gli strumenti rinvenuti nei plaza (nessuna ceramica, solo attrezzi di selce) sono del tipo necessario per lavorare le carni e le pelli animali.
I plaza sono stati costruiti intorno al monte (vedi cartina), lungo i sentieri principali, ad una distanza non superiore a due km l’uno dall’altro, tutti in vista del precedente e del successivo. Con ogni evidenza rispondono ad un preciso disegno strategico della popolazione accampata ai piedi del monte, piuttosto numerosa a giudicare dalla quantità delle abitazioni. La fonte principale di sussistenza era costituita dal bestiame, ma la scarsità delle vegetazione imponeva di disperderlo sulla più ampia area possibile, in piccoli gruppi, che divenivano così facile preda di predoni. Inoltre i villaggi nella valle, con donne e bambini, venivano ad essere privati della maggior parte degli adulti e quindi esposti anch’essi ad attacchi dall’esterno.
Il sistema dei plaza risolveva in maniera brillante entrambi questi problemi. Il bestiame era stato sparso tutto intorno al monte, in piccole greggi raccolte nei plaza. Ogni gruppo di pastori era sempre in vista di altri due: se uno veniva attaccato, gli altri potevano dare l’allarme ed intervenire in difesa. Inoltre, nessuno poteva penetrare la cinta dei plaza senza essere intercettato, per cui i villaggi nella valle erano al sicuro. Inoltre essi potevano essere facilmente riforniti di carni e latticini dai pastori distaccati nei plaza.

LA RICERCA DEI FRATELLI BARBIERO

 Flavio Barbiero, membro del Centro di Studi Preistorici del Prof. Anati  dagli anni ‘70, seguì fin dall’inizio le scoperte e le ipotesi di Anati. Ma prima di unirsi al suo gruppo di ricerca sul terreno, passò diversi anni a studiare la Bibbia, nell’intento di capire se essa avesse realmente un contenuto storico, come l’archeologia ad Har Karkom sembrava dimostrare. Un’analisi approfondita di Esodo e Numeri lo portò a concludere che il loro racconto è una vera e propria cronaca, giorno per giorno, precisa ed accurata. Egli scrisse in proposito un libro, “La Bibbia senza Segreti” (Rusconi ed), in cui vengono illustrati i  risultati conseguiti. Per esempio, egli è arrivato a stabilire quando, dove e come gli Ebrei hanno attraversato il Mar Rosso (vedi particolare di una carta nautica, che mostra l’esistenza di una linea di secche che attraversa l’intera Baia di Suez e all’epoca di Mosé rimaneva in secca durante le maree sigiziali, consentendo il passaggio da una sponda all’altra).
 Dal Mar Rosso ad Har Karkom l’itinerario dell’Esodo può essere determinato con relativa certezza, seguendo fedelmente le indicazioni del testo, sia di carattere topografico (Numeri 33), che temporale.
  

PROVE ARCHEOLOGICHE CHE IL MONTE HOREB
SI TROVA NELL’AREA DI HAR KARKOM

IL TEMPIO-TENDA DI MOSE’

Uno dei risultati principali dell’analisi preliminare di Barbiero del testo biblico è stata la ricostruzione fedele del Tabernacolo, il tempio-tenda costruito da Mosé ai piedi del monte Horeb. Tutti i dati essenziali di questo manufatto sono riportati in Esodo con tale minuzia e precisione, che è possibile stabilire forme, dimensioni, funzione e posizione di ogni suo singolo componente, fin nei più piccoli dettagli.
Seguendo passo per passo la descrizione di Esodo, Barbiero ha costruito, pezzo per pezzo con le esatte misure in scala, tutti i componenti del Tabernacolo e li ha assemblati (vedi foto a destra). Nel disegno a sinistra è riportata la pianta del tempio-tenda come è risultata dalla ricostruzione a tavolino in base ai dati forniti dal testo.
        

L’MPRONTA DEL TABERNACOLO AD HAR KARKOM

La hammada, come si è visto, conserva invariata l’impronta di ogni tenda o struttura che vi sia stata eretta nelle ultime decine di migliaia di anni. Se questo è realmente il luogo dove Mosè ha condotto gli Ebrei e se il racconto biblico ha realmente un contenuto storico, allora, questo era il presupposto di Barbiero, necessariamente ad Har Karkom doveva trovarsi anche l’impronta del Tabernacolo, così come descritto da Esodo.
Stando ad Es. 33,7, il Tabernacolo è stato eretto “fuori dal campo, lontano da esso”. Inoltre doveva per forza trovarsi vicino all’acqua e quindi non lontano dall’unico pozzo della zona, Beer Karkom. Barbiero e suo fratello, allora, sono saliti su una collina vicino al pozzo e si sono guardati intorno per individuare l’impronta. E l’hanno vista immediatamente, chiara, netta, inequivocabile (vedi foto seguenti).
   
Successivamente i Barbiero hanno segnato il tracciato dell’impronta con un nastro di plastica, seguendo il piano di costruzione del tempio tenda ricavato da Esodo. L’accordo con l’impronta nel terreno risultò perfetto, fino al più piccolo particolare. Anche la posizione di ciascuno dei picchetti di ancoraggio della struttura era segnato da pietre più grosse della media, ben allineate.
All’alba ed al tramonto il nastro di plastica riluceva, disegnando così la pianta del Tabernacolo sul terreno con la luce; una visione fantastica, quasi magica: un manufatto innalzato in quello stesso luogo più di 3000 anni fa  risorgeva sotto i loro occhi.
      
Grazie all’impronta sul terreno i Barbiero sono stati in grado di ricostruire il tabernacolo nelle sue vere dimensioni e forme, esattamente dove fu eretto da Mosè per la prima volta.
     
E’ stato anche possibile correggere gli errori che inevitabilmente erano stati commessi nella ricostruzione a tavolino. Ecco di seguito  la pianta risultante del tabernacolo, come rilevata dalla sua impronta sul terreno.
     
La differenza maggiore sta nelle dimensioni. Secondo l’opinione europea corrente il cubito di Mosè misurava all’incirca 45 cm. Con questo valore le dimensioni del Tabernacolo sarebbero risultate eccessive per una tenda mobile, e non in grado di resistere in un ambiente ventoso come il deserto. L’impronta sul terreno fornisce invece un valore del cubito di Esodo di 29,2 cm (più o meno come viene insegnato nelle scuole israeliane), dal momento che le misure della tenda sono di 14,60 metri (pari a 50 cubiti) per 29,20 (= 100 cubiti).
Pertanto anche le dimensioni dei vari arredi del tempio (altare, tavoli, arca ecc) devono essere rivisti in accordo a questa misura.

Conclusioni

La forma e altre caratteristiche dell’impronta sono tali che non c’è dubbio sia stata lasciata dalla tenda descritta in Esodo, e cioè dal Tabernacolo costruito da Mosè. Il valore di questa impronta è inestimabile non solo per ragioni storiche, archeologiche e religiose, ma anche perché dimostra due cose:
1.- che il racconto di Esodo è basato su fatti reali
2.- che il sacro monte di Mosé si trova nell’area di Har Karkom. 

IL MONTE  HOREB

Forte di questo risultato, Barbiero ha ritenuto di poter identificare con lo stesso grado di affidabilità il monte sulla cui cima hanno avuto luogo gli eventi narrati dalla Bibbia, e cioè il monte Horeb. Anati identifica genericamente il Sinai con l’altipiano di Har Karkom. Ma ci sono parecchie cose su questo altipiano che non tornano con la narrazione biblica (tanto per dirne una: la presenza di migliaia di incisioni rupestri di ogni genere, espressamente proibite sul monte sacro). Inoltre non è possibile individuare un luogo su di esso nel quale ambientare in maniera fedele al testo i fatti narrati.
Barbiero, invece ha trovato una corrispondenza perfetta su una collina isolata, esattamente al centro della valle di Karkom (vedi foto e mappa seguenti).
   
Il monte non ha un nome proprio, perché fa parte del complesso di Har Karkom; ma è la struttura montuosa più notevole della zona, perfettamente visibile e riconoscibile da km di distanza. Una differenza significativa rispetto al territorio circostante è che su questo monte non si trova neppure una sola incisione rupestre e non c’è alcuna struttura artificiale, se si eccettua la grande roccia sommitale, che si presenta come una vera e propria “acropoli”: un blocco roccioso monolitico (130 x 20mt), leggermente inclinato (7°), circondato da un muro artificiale sul lato nord; dietro il muro una trincea profonda poco più di un  metro e larga tre; poi un altare ed un piccolo gruppo di stele ed un centinaio di metri più in alto, sulla cima, un piccolo tempio rettangolare. La superficie del blocco è coperta da un reticolato di grandi pietre naturali che danno l’impressione di una maestosa pavimentazione artificiale (vedi foto successive e la pianta dell’acropoli).
    
    
         
Nessun dubbio che questo fosse un monte sacro in passato, il cui accesso era interdetto ai comuni mortali (chiari segnali in questo senso sono stati trovati lungo l’unico sentiero che porta alla cima).  Dal monte discende un unico wadi, che si allarga ai suoi piedi, formando una piccola piana, da cui si vede, incorniciato dalle pareti del wadi, il lato nord dell’acropoli, quello con il muro e la trincea. Al centro della piana si innalza una roccia di una paio di metri, circondata da numerose stele. I Barbiero hanno denominato questa roccia “l’altare del vitello d’oro”, perché tutto l’insieme si presta perfettamente ad ambientare l’episodio narrato in Esodo. Anche una pietra dalla forma di testa animale, che mani ignote hanno appoggiato all’altare, ricorda quell’episodio.
   
Scendendo dall’acropoli lungo l’unico sentiero, appena in vista dell’altare, è stata trovata per terra una tavoletta,  certamente sagomata a mano, che ricorda vagamente le classiche tavole di Mosè. La parte superiore della tavoletta, perfettamente piatta, era interamente coperta di licheni, prova certa che giaceva in quel luogo da secoli. La parte inferiore era scheggiata.
             
Semplici coincidenze? Può essere, ma tutte convergenti in favore del racconto biblico. Questi elementi, insieme a diversi altri dello stesso genere, hanno convinto i Barbiero che la collina isolata al centro della valle di Har Karkom deve identificarsi con il Monte Horeb della tradizione biblica.

ALTRE PROVE
L’ITINERARIO DI EGERIA

Il primo “cristiano” a nominare il monte Horeb è stato San Paolo. Nell’epistola ai Galati (4,25) egli afferma che “il Sinai è un monte dell’Arabia”. Ai suoi tempi l’Arabia era il paese dei Nabatei, la cui capitale era Petra. La seconda grande città carovaniera nabatea era Avdat, nel Negev meridionale, una ventina di km, in linea d’aria, a nord di Har Karkom, che era certamente in territorio nabateo, come testimoniato da numerose iscrizioni e strutture di vario tipo. Nei primi secoli dell’era cristiana Har Karkom era riconosciuto essere il sacro monte Sinai, come testimoniato dalle parole di Paolo e dalla presenza in loco, in epoca romano-bizantina, di numerose comunità di monaci (ebioniti, secondo la testimonianza di Epifanio).
Una testimonianza decisiva in questo senso è fornita dal diario di viaggio di una pellegrina del 4° secolo, Egeria. Probabilmente parente dell’imperatore Teodosio, essa aveva lasciato la Spagna nel 383 per raggiungere Costantinopoli, ma si era fermata in Palestina per visitare i luoghi santi.
Essa ha lasciato un diario straordinariamente accurato della sua visita al Monte Sinai, descrivendo in dettaglio ogni tappa del suo viaggio (tempi di percorrenza, distanze, luoghi e persone incontrate) ed ogni cosa che aveva visto. Niente di quanto descrive trova una corrispondenza sul St. Caterina. I Barbiero, diario di Egeria in mano, hanno seguito passo passo ad Har Karkom le indicazioni del racconto, trovando una assoluta corrispondenza, fin nei minimi dettagli; al punto che il diario di Egeria può  essere adottato, senza alcuna modifica, come la migliore guida  possibile per una visita turistica ai luoghi di interesse biblico di Har Karkom.
L’itinerario seguito dalla pellegrina, nei tre giorni della sua visita, può essere seguito sulla mappa. Partita da Beer Ada, alla confluenza del wadi Pharan con wadi Karkom, la mattina del 16 dic 381, arrivò a Beer Kakrom nel primo pomeriggio e passò la prima notte in un insediamento di monaci  su una cresta a un’ora di cammino dal pozzo. Il mattino seguente, seguendo la cresta, raggiunse la cima principale di Har Karkom, che lei identificava con il monte Sinai. Là ascoltò messa, dopodichè si recò su un monte vicino, al centro della valle, che lei identificava con il Monte Horeb. Tempi di percorrenza e descrizione accurata di questo monte non lasciano dubbi che si tratta dello stesso identificato dai Barbiero come Horeb. Passò la seconda notte in un insediamento di monaci ai piedi di questo monte, presso un wadi terrazzato per le coltivazioni. Il terzo giorno percorse il fondo valle, tornando a Beer Karkom e descrivendo tutto ciò che incontrava lungo il cammino: fra l’altro l’altare del vitello d’oro, insediamenti abitativi ed anche l’impronta del tempio tenda di Mosè, all’imboccatura della valle. La corrispondenza fra il racconto e l’ambiente è assoluta, al 100%.  Lungo il sentiero seguito il primo giorno, in prossimità della cresta, si incontra anche una incisione rupestre, di epoca bizantina, che con tutta probabilità celebra quell’avvenimento (vedi foto). Rappresenta un alto personaggio, montato su una cavalcatura con sella femminile (l’unica ad Har Karkom), che sale sulla montagna. Chi altri se non Egeria!
      
    
Questa straordinaria ricostruzione ha dato ai Barbiero la certezza che il monte al centro della valle Karkom era considerato il vero monte Horeb anche nei primi secoli dell’era cristiana.

LA PIU’ GRANDE PIETRA TOMBALE DELLA STORIA

A Gerusalemme i Barbiero fecero un’altra interessante scoperta. Durante una visita all’antico cimitero ebraico, sul monte degli Olivi, proprio di fronte alla spianata del Tempio, furono colpiti dalla somiglianza delle tombe con il monte al centro della valle Karkom. Chiesero a studiosi e rabbini quale fosse l’origine di quel genere di tombe (così differenti dalle tradizionali caverne in cui venivano sepolti i patriarchi), ma nessuno fu in grado di fornire una spiegazione.
     
Potevano essere “modelli” dell’acropoli di Har Karkom? La somiglianza è impressionante.
Se questo è vero, significa che la grande roccia che costituisce l’acropoli non è altro che un’immensa pietra tombale, sotto cui dovrebbero esserci delle sepolture.
  
La scoperta a Gerusalemme costituì un primo indizio per i Barbiero che sotto la grande roccia del monte Horeb dovevano esistere delle caverne nascoste.

INDIZI CIRCA L’ESISTENZA SUL MONTE HOREB
DI UN NASCONDIGLIO SEGRETO COLLEGATO
AL TEMPIO DI GERUSALEMME

Ci sono varie indicazioni nella Bibbia e in altri testi antichi che sul monte Horeb c’era una caverna. Mosè entrò in quella caverna e lo stesso fece il profeta Elia, che si era recato al monte proprio per quello scopo. Un testo apocrifo del 2° secolo a.C., detto “l’Apocalisse di Mosé”, afferma che sulla cima del monte sacro a Jahweh c’era “la caverna del tesoro”, la quale fungeva anche da luogo di sepoltura per i patriarchi.
L’ingresso alla caverna del monte Horeb era chiuso e ben mimetizzato, come testimoniato da un passo di 2 Maccabei (2, 4-12):   "Si diceva anche  nello scritto che il  profeta Geremia  ordinò  che lo  seguissero …al  monte dove Mosè  aveva contemplato l'eredità di  Dio. Geremia salì  e trovò  un  vano  a forma  di  caverna  e  là introdusse la  tenda,  l'arca e  l'altare  degli  incensi  e sbarrò l'ingresso. Alcuni del suo seguito tornarono poi  per segnare la strada, ma non  trovarono più il luogo.  Geremia, saputolo,  li  rimproverò  dicendo: il luogo deve restare ignoto, finché Dio non avrà  riunito la totalità del suo popolo e si sarà mostrato propizio. Allora il Signore mostrerà queste cose e si rivelerà la gloria del Signore e la nube, come appariva sopra Mosè, e come avvenne quando Salomone chiese che il luogo fosse solennemente santificato…”.
La maggior parte degli esegeti sostiene che il monte dove Geremia nascose gli arredi del tempio fosse il monte Nebo; ma questo è errato, perché in Esodo 15,17 è chiaramente indicato che  il monte dove Mosè  aveva contemplato l'eredità di  Dio è il monte Horeb.
Di grande interesse è anche l’informazione che re Salomone ha pregato sulla cima di quello stesso monte e lo ha santificato. Non è forse una coincidenza fortuita, infatti, che proprio nei pressi del sentiero che sale all’acropoli si trovi l’unico sito dell’età del ferro (epoca di Salomone)  di Har Karkom, con svariate strutture abitative.

UNA SPEDIZIONE IN PERIODO ELLENISTICO

Uno dei fatti più interessanti per i Barbiero era la grande spedizione compiuta in epoca ellenistica, che si era accampata a poche centinaia di metri dall’inizio del sentiero che porta all’acropoli (vicino all’altare del vitello). Le evidenze archeologiche dimostrano che scopo di quella spedizione era soltanto uno: fare o cercare qualcosa sull’acropoli. Questo è l’unico luogo, infatti, che conserva tracce evidenti della loro attività (a parte il campo stesso ed il percorso che porta all’acqua).
      
Nelle foto: veduta aerea del campo ellenistico (sito BK480). A destra vista del cimitero ellenistico. In basso pianta dello stesso cimitero (sito BK 411b, erroneamente classificato da Federico Mailland come "necropoli islamica"), rilevata dai Barbiero; le 40 tombe sulla destra sono di epoca ellenistica, mentre le altre sono più antiche.
Barbiero ha studiato a fondo la Storia Giudaica di Giuseppe Flavio, cercando indizi su una eventuale spedizione ad Har Karkom in periodo ellenistico. Dal testo risulta che furono i cinque fratelli Maccabei a dimostrare per la prima volta un grande interesse per il territorio dei Nabatei, dove essi soggiornarono a lungo e dove organizzarono anche delle spedizioni all’interno, che furono fatali per uno di essi (Giovanni). Sembra che alla fine Ircano I, figlio dell’ultimo dei Maccabei, Simone, nel 137 a.C. sia tornato dal territorio dei Nabatei a Gerusalemme, carico di denaro. E’ convinzione dei Barbiero che il campo ellenistico ad Har Karkom sia dovuto proprio ad Ircano, che spese il suo tempo lavorando proprio sulla cima del monte Horeb. Il cimitero che ha lasciato lontano dal campo è una indicazione certa che un gran numero dei componenti della spedizione sono morti (o sono stati uccisi), sulla via del ritorno a Gerusalemme.

RICERCHE STRUMENTALI

In conclusione, esistono forti indicazioni che l’acropoli al centro della valle di Har Karkom debba identificarsi con il biblico Monte Horeb, e ci sono numerose indicazioni di varia natura secondo cui sul monte Horeb ci deve essere una caverna segreta, utilizzata dai sacerdoti di Gerusalemme come nascondiglio di arredi sacri del Tempio, e probabilmente anche come tomba di alti personaggi, ai tempi del primo regno di Giuda.
Perciò i Barbiero hanno cominciato ad effettuare rilievi di vario genere, miranti ad appurare se sul monte Horeb, ed in particolare sotto l’acropoli, esistano delle cavità nascoste. Una prima misura della resistività del terreno ha dato risultanti incoraggianti, evidenziando discontinuità compatibili con la presenza di cavità. L’esistenza di numerose “anomalie” è stata confermata con l’impiego di una strumentazione più sofisticata, che misurava la resistività ed il campo magnetico per mezzo di onde radio in VLF.
    
   
Successivi rilievi con georadar  hanno consentito di localizzare con precisione queste “anomalie” e confermare che sono compatibili con la presenza di cavità, alcune probabilmente naturali (vedi grafico a destra), ma altre con caratteristiche che sembrano dovute ad interventi artificiali (come ad esempio nel grafico successivo).
Infine, poiché le misure con georadar hanno una portata limitata e non forniscono indicazioni affidabili in profondità, i Barbiero hanno effettuato una tomografia elettrica dell’acropoli, utilizzando la strumentazione più avanzata disponibile oggi.
I risultati sono molto chiari, come appare dalla successiva strisciata. Le tracce rosse rappresentano quasi certamente delle “cavità” all’interno della roccia, che corrispondono ai segnali georadar.
rilievi geoelettrici

E’ possibile che queste cavità siano state fatte dall’uomo e si identifichino con quelle menzionate dalla Bibbia ed altre fonti antiche per il monte Horeb. In tal caso è da ritenere che siano già state saccheggiate; ma potrebbero essere rimasti documenti ed altro materiale di inestimabile valore per noi.


mercoledì 19 luglio 2017

Il Tempio al tempo di Gesù

Da Cathopedia:




Il re Erode (37-4 a.C.), tra le molte opere edilizie attuate nel suo regno, dispose anche la ristrutturazione e ampliamento del tempio di Gerusalemme. Lo scrittore ebreo-romano Giuseppe Flavio descrive le opere attuate come anche le architetture del tempio e dei complessi circostanti, fornendo una chiara immagine di come doveva apparire all'epoca del Nuovo Testamento.

I lavori di Erode iniziarono nel 15° (GG 1,401, 23-22 a.C.) o 18° (AG 15,380, 20-19 a.C.) anno del suo regno e durarono 8 anni (AG 15,420). Furono istruiti 1000 sacerdoti per compiere i lavori di restauro in modo da non profanare la sacralità del luogo. Non sembra che questi lavori abbiano alterato le architetture del tempio vero e proprio e dei due atri, con le strutture camerarie circostanti, ma soprattutto devono aver riguardato l'ampliamento della spianata esterna agli atri e del portico circostante (il portico di Salomone), la cui superficie è stata raddoppiata tramite la costruzione di nuovi bastioni.
Anche dopo la morte di Erode devono essere proseguiti ampliamenti e abbellimenti fino all'anno 64 d.C. (AG 20,219).
La struttura definitiva si presentava dunque concentrica e gerarchicamente ordinata, con le varie sezioni separate da porte o muretti o scalinate discendenti:

- fulcro era il santo dei santi, la cella che aveva ospitato l'arca dell'alleanza, ora vuota. Vi poteva accedere solo il sommo sacerdote;

- all'esterno ma sempre all'interno dell'edificio coperto vie erano la sala e il vestibolo, permessi ai soli sacerdoti;

- all'aperto c'era il primo atrio o cortile, circondato da stanze e suddiviso in due sezioni: la parte più prossima al tempio ospitava l'altare degli olocausti ed era riservata ai sacerdoti; la parte più esterna era il cortile degli israeliti permesso ai soli maschi ebrei;

- a est del primo cortile si trovava il secondo, parimenti circondato da stanze, permesso anche alle donne ebree (cortile delle donne);

- intorno ai due cortili si trovava la grande spianata del tempio circondata dal portico detto di Salomone, che fungeva anche da piazza pubblica e luogo del mercato, permessa anche ai pagani (cortile dei gentili). Sull'angolo nord-ovest della spianata di trovava la fortezza Antonia, di origine maccabaica e all'epoca di Gesù verosimile sede del pretorio. L'angolo sud-est della spianata, dove i bastioni si ergevano maggiormente rispetto al terreno circostante, era il pinnacolo, che con i suoi circa 50 m. di dislivello rappresentava la più elevata altezza artificiale della città.

lunedì 17 luglio 2017

Il secondo Tempio di Gerusalemme secondo Giuseppe Flavio

Da Wikipedia:





Secondo la descrizione fatta da Giuseppe Flavio al tempo dell'assedio del 70 durante la prima guerra giudaica, il grande tempio, sorgeva su una collina imprendibile, anche se ai primordi la spianata sulla sommità era appena sufficiente a contenere il santuario e l'altare, poiché tutto intorno vi erano profondi burroni. Re Salomone, che fu il fondatore del tempio, innalzò sul lato orientale un bastione alla sommità del quale vi costruì un portico. Nel corso dei secoli seguenti il popolo di Gerusalemme continuò a trasportare terra, allargando sempre più la spianata sulla cima. Fu così che procedettero prima ad abbattere il muro settentrionale, poi allargarono lo spiazzo andando ad includere col tempo il recinto dell'intero tempio. In seguito costruirono anche sugli altri tre lati della collina dei bastioni, vi racchiusero il santuario. Dove il terreno circostante era maggiormente scosceso e profondo, il bastione fu innalzato per trecento cubiti (133 metri) e in alcuni punti anche di più. I blocchi usati in questi lavori misuravano fino a quaranta cubiti (17,8 metri).

Tutti i portici avevano un doppio ordine di colonne alte venticinque cubiti (ciascuna di un unico pezzo di marmo bianchissimo, perfettamente levigato e simmetrico), con i soffitti rivestiti di pannelli di cedro. La larghezza dei portici era di trenta cubiti e il loro perimetro complessivo, che racchiudeva anche la fortezza Antonia, era di sei stadi. Tutto lo spazio incluso dal portico era pavimentato con pietre di svariate qualità e colori. Chi lo attraversava per raggiungere il secondo piazzale, si trovava di fronte ad una balaustra in pietra, alta tre cubiti, dove erano poste una serie di lapidi con incise le leggi della purificazione, alcune in lingua greca altre in latino, affinché nessuno straniero potesse entrare nel luogo santo, seconda parte del tempio.


Vi si accedeva attraverso una scalinata di quattordici gradini, e la parte superiore aveva forma di un quadrato, racchiusa da un muro che rispetto all'esterno era alto quaranta cubiti, internamente invece di venticinque cubiti, poiché il pavimento interno poggiava su un livello superiore della collina. Terminati i quattordici scalini, ci si trovava su una terrazza pianeggiante larga dieci cubiti fino al muro. Da qui ancora scale di cinque scalini che portavano alle porte: a nord e a sud erano otto, quattro su ciascun lato, mentre a oriente erano due (da questa parte vi era un'area riservata alle donne per le loro cerimonie di culto). Anche sugli altri lati c'era una porta a sud e una porta a nord, per consentire alle donne di entrare nel loro recinto, visto che dalle altre porte non era consentito loro di passare. Sul lato occidentale non v'era infine alcuna porta. I portici fra le porte, rivolti dal muro verso l'interno, di fronte alle sale del tesoro, erano sorrette da un solo ordine di grandi colonne.

Nove delle porte erano ricoperte d'oro e d'argento, come pure gli stipiti e gli architravi, mentre quella fuori del santuario era di bronzo di Corinto ed era più pregiata di quelle ricoperte d'argento e d'oro. Ogni porta aveva due battenti, ciascuno dei quali aveva dimensioni pari a trenta cubiti di altezza e quindici di larghezza. Al di là della soglia, gli ingressi verso l'interno avevano su due lati delle esedre a forma di torre, larghe e lunghe trenta cubiti, alte più di quaranta cubiti. Ciascuna poggiava su due colonne che avevano una circonferenza di dodici cubiti ciascuna. Stesse dimensioni avevano le altre porte, mentre molto più grande era la porta che si trovava ad occidente della porta Corinzia e che si apriva dal recinto delle donne verso est, di fronte alla porta del santuario.[3] Questa porta era alta infatti cinquanta cubiti, con battenti di quaranta cubiti, e una decorazione più ricca con notevoli rivestimenti d'argento e d'oro. La decorazione delle nove porte fu ordinata da Alessandro, il padre di Tiberio. Dal recinto delle donne alla porta più grande si saliva mediante una scala di quindici scalini, poiché questi ultimi erano più bassi dei cinque scalini che conducevano alle altre porte.


Il santuario vero e proprio, o sacro tempio, sorgeva nel mezzo e vi si accedeva da dodici scalini. L'altezza della facciata era uguale alla larghezza, pari a cento cubiti (44,45 metri), mentre la parte posteriore era di quaranta cubiti più stretta, in modo che sul davanti fosse più larga di venti cubiti da entrambe le parti. La porta principale misurava settanta cubiti di altezza e venticinque di larghezza, completamente ricoperta d'oro nella sua parte esterna. All'interno il tempio era diviso su due piani e solo il vestibolo appariva come un unico corpo con l'altezza di novanta cubiti, la larghezza di cinquanta e la profondità di venti.[4] La porta di accesso al tempio era ricoperta d'oro come tutta la parete in cui era inserita. Al di sopra vi erano dei tralci di viti d'oro da cui pendevano grappoli della grandezza di un uomo. La porta di accesso aveva dei battenti d'oro alti cinquantacinque cubiti e larghi sedici. Davanti pendeva una tenda babilonese, di identica altezza e di vari colori, dal lino bianco alla lana azzurra, rossa e purpurea. Col rosso si alludeva al fuoco, col lino alla terra, con l'azzurro all'aria e con la porpora al mare, poiché il lino è prodotto dalla terra e la porpora dal mare. Sulla tenda era, quindi, rappresentata tutta la volta celeste, esclusi i segni dello zodiaco.

La parte inferiore del santuario era alta sessanta cubiti, lungo altrettanto e largo venti. I sessanta cubiti di lunghezza erano suddivisi in due parti. La prima, lunga circa quaranta cubiti, conteneva tre opere d'arte famosissime a quel tempo: una Menorah (lampada a sette bracci), una tavola e un altare per gli incensi. I sette bracci della lampada rappresentavano i pianeti; i dodici pani sulla tavola simboleggiavano i segni zodiacali e l'anno. L'altare degli incensi era dotato di tredici profumi ricavati da mare e terra, a significare che tutto viene da Dio.

La parte successiva del tempio misurava venti cubiti ed era separata da una tenda. Era una parte accessibile solo al sommo sacerdote e inaccessibile ed inviolabile a chiunque, e si chiamava il "Santo dei Santi". Ai lati del santuario inferiore si trovavano numerose stanze disposte su tre piani, comunicanti fra loro, alle quali si aveva accesso attraverso una serie di porte poste su entrambi i lati dell'ingresso. La parte superiore del tempio non aveva stanze, essendo meno larga ed innalzandosi per quaranta cubiti. Aveva poi meno ornamenti rispetto alla parte inferiore. E così se sommiamo i quaranta della parte superiore ai sessanta della parte inferiore otteniamo un'altezza complessiva di cento cubiti.

All'esterno il tempio era ricoperto ovunque da massicce piastre di oro, tanto che fin dal sorgere del sole rifletteva la luce in modo abbagliante per chi lo guardava. A chi si dirigeva verso Gerusalemme, appariva da lontano come un monte coperto di neve, poiché dove non era ricoperto d'oro lo era di pietra bianchissima. Sulla sommità erano posti degli spuntoni d'oro estremamente aguzzi per impedire agli uccelli di posarvisi sopra e imbrattare il tempio. Alcuni dei blocchi di pietra misuravano quarantacinque cubiti di lunghezza, cinque di altezza e sei di larghezza. Davanti al tempio si trovava un altare alto quindici cubiti, largo e lungo cinquanta cubiti, a pianta quadrata, con gli angoli sporgenti a forma di corni. Vi si accedeva dalla parte meridionale. Il tempio e l'altare erano circondati da un parapetto di pietra levigata, alto un cubito, che separava il popolo dai sacerdoti.

mercoledì 12 luglio 2017

Il tempio di Gerusalemme

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Descrizione del tempio: 

Il Debir: l'oracolo o il Sancta Sanctorum (Re I 6:19; 8:6), chiamato anche "sala interna". Misurava 20 cubiti in lunghezza, larghezza e altezza. La differenza tra questa altezza e quella del Tempio (30 cubiti) è solitamente spiegata con la soprelevazione del Sancta Sanctorum, come la cella di altri templi antichi. Era cassonato in legno di cedro (Re I 6:16), e i muri ed il pavimento rivestiti d'oro. Conteneva due cherubini in legno d'olivo, ciascuno alto 10 cubiti (Re I 6:16, 20, 21, 23-28) e ognuno con ali aperte larghe 10 cubiti; dato che erano affiancati, ciascuno toccava una parete e le ali si incontravano al centro. Una porta a due battenti lo divideva dal Luogo Santo (Cronache II 4:22); e così un velario di lino blu, porpora e scarlatto (Cronache II 3:14; Vedi anche Esodo 26:33). Non aveva finestre (Re I 8:12). Secondo alcuni, era considerato la residenza di Dio.

L'Echal: il Luogo Sacro, Re I 8:8-10, chiamato anche la "casa maggiore" (Cronache II 3:5) e il "Tempio" (Re I 6:17); il nome significa anche Palazzo. Aveva larghezza e altezza uguali al Sancta Sanctorum, ma lunghezza 40 cubiti. I muri erano rivestiti di legno di cedro, con intarsi di cherubini, palme e fiori, rivestiti d'oro. Catene d'oro marcavano la separazione dal Sancta Sanctorum. Il pavimento era in legno di abete rivestito anche questo d'oro. Stipiti in legno d'olivo reggevano porte a battenti di abete. Le porte del Sancta Sanctorum erano di legno di olivo. Su ambedue le porte erano intarsiati cherubini, palme e fiori, rivestiti d'oro (Re I 6:15 segg.)

L'Ulam: il portico est di ingresso al Tempio (Re I 6:3; Cronache II 3:4; 9:7). Lungo 20 cubiti (come la larghezza del Tempio) e profondo 10 cubiti (Re I 6:3). Cronache II 3:4 aggiunge la sorprendente notizia che il portico era alto 120 cubiti, cosa che lo renderebbe una torre a tutti gli effetti. Non si sa se un muro lo separasse dalla camera successiva. Nel portico vi erano due colonne, dette Jachin e Boaz (1 Re 7:21; Re II 11:14; 23:3), alte 18 cubiti e sormontate da capitelli con gigli, alti 5 cubiti.

Le camere, costruite attorno al tempio sui lati meridionale, occidentale e settentrionale (Re I 6:5-10). Formavano parte della costruzione ed erano usate come magazzini. Erano presumibilmente alte un piano; due ulteriori livelli sono stati aggiunti, forse, più tardi.

I cortili:

Secondo la bibbia, attorno al Tempio vi erano:
Il cortile dei sacerdoti (Cronache II 4:9), detto corte interna (Re I 6:36), separata dallo spazio prospiciente da un muro di pietra, su cui poggiavano travi di cedro (Re I 6:36).
La grande corte, che circondava tutto il Tempio (Cronache II 4:9). Qui si riuniva il popolo per la preghiera (Geremia 19:14; 26:2).

Arredamenti e tesori:

Il cortile dei sacerdoti conteneva l'altare dei sacrifici (Cronache II 15:8), Il lavacro bronzeo (4:2-5, 10), e dieci lavatoi (Re I 7:38, 39).

Da Re II 16:14 si evince che vi era un altare di bronzo di fronte al Tempio; Cronache II 4:1 lo descrive come un parallelepipedo a base quadrata larga 20 cubiti e alto 10.

Il lavacro bronzeo, largo 10 cubiti (1 cubito = 45 cm) e profondo 5, era supportato da dodici buoi di bronzo (Re I 7:23-26). Il Libro dei Re lo definisce come avente capacità di duemila bat (1 bat = 45 litri); le Cronache portano la capacità a tremila (Cronache II 4:5-6) e ne descrive la funzione: consentire le abluzioni ai sacerdoti.

I lavatoi, ognuno dei quali conteneva quaranta bagni (Re I 7:38), appoggiava su stanghe di sollevamento di bronzo, con ruote, e decorate con figure di leoni, cherubini e palme Questi recipienti suscitavano l'ammirazione degli Ebrei. Il redattore del Libro dei Re descrive con entusiasmo i più minuti dettagli. (Re I 7:27-37).

Giuseppe Flavio nelle Antichità giudaiche afferma che questi erano di oricalco.

Secondo Re I 7:48 in fronte al Sancta Sanctorum vi era un altare per l'incenso e una tavola per il pane. La tavola era d'oro, come i cinque candelabri su ciascuno dei suoi lati. Gli accessori dei candelabri - smoccolatoio e bracieri - erano d'oro, come le cerniere delle porte.

martedì 4 luglio 2017

Salmo 137 - Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore

1 Di Davide.
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
A te voglio cantare davanti agli angeli,

2 mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome
per la tua fedeltà e la tua misericordia:
hai reso la tua promessa più grande di ogni fama.

3 Nel giorno in cui t'ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

4 Ti loderanno, Signore, tutti i re della terra
quando udranno le parole della tua bocca.

5 Canteranno le vie del Signore,
perché grande è la gloria del Signore;

6 eccelso è il Signore e guarda verso l'umile
ma al superbo volge lo sguardo da lontano.

7 Se cammino in mezzo alla sventura
tu mi ridoni vita;
contro l'ira dei miei nemici stendi la mano
e la tua destra mi salva.

8 Il Signore completerà per me l'opera sua.
Signore, la tua bontà dura per sempre:
non abbandonare l'opera delle tue mani.

lunedì 3 luglio 2017

Salmo 83 - Desiderio del Tempio del Signore

1 Al maestro del coro. Su «I torchi...».
Dei figli di Core. Salmo.

2 Quanto sono amabili le tue dimore,
Signore degli eserciti!

3 L'anima mia languisce
e brama gli atri del Signore.
Il mio cuore e la mia carne
esultano nel Dio vivente.

4 Anche il passero trova la casa,
la rondine il nido,
dove porre i suoi piccoli,
presso i tuoi altari,
Signore degli eserciti, mio re e mio Dio.

5 Beato chi abita la tua casa:
sempre canta le tue lodi!

6 Beato chi trova in te la sua forza
e decide nel suo cuore il santo viaggio.

7 Passando per la valle del pianto
la cambia in una sorgente,
anche la prima pioggia
l'ammanta di benedizioni.

8 Cresce lungo il cammino il suo vigore,
finché compare davanti a Dio in Sion.

9 Signore, Dio degli eserciti, ascolta la mia preghiera,
porgi l'orecchio, Dio di Giacobbe.

10 Vedi, Dio, nostro scudo,
guarda il volto del tuo consacrato.

11 Per me un giorno nei tuoi atri
è più che mille altrove,
stare sulla soglia della casa del mio Dio
è meglio che abitare nelle tende degli empi.

12 Poiché sole e scudo è il Signore Dio;
il Signore concede grazia e gloria,
non rifiuta il bene
a chi cammina con rettitudine.

13 Signore degli eserciti,
beato l'uomo che in te confida.